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Priscilla

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VOTO: 7

Il gigante e la bambina

Sofia Coppola e le sue infinite battaglie “private”. In primis scrollarsi di dosso l’ingombrante cognome paterno. Una missione impossibile, forse. Tanto più che il suo cinema, peraltro assai personale, tende ad essere divisivo per natura, incentrato com’è su un coerente minimalismo narrativo poco adeguato ai tempi. Anche dopo una carriera registica ultraventennale ricorrono ancora, ad ogni film girato, alzate di sopracciglio su presunte raccomandazioni non solamente paterne. Davvero incredibile.
Progetto esemplare, anche a livello metaforico di tale situazione, ecco allora arrivare Priscilla – presentato in Concorso alla Mostra del Cinema di Venezia 2023 – in uscita nelle nostre sale. Un’opera che, come molte altre dirette dalla Coppola, racconta della condizione femminile nel corso del tempo, tra un passato che si riverbera nel presente e, con movimento spontaneo, un presente che coglie le proprie istanze in un passato immutabile. Priscilla, allora. Un’adolescente, ad inizio lungometraggio, che di nome completo recita Priscilla Beaulieu. Siamo in Germania, al crepuscolo degli anni cinquanta. Figlia di un militare di stanza in terra tedesca la giovanissima Priscilla riceve un invito insolito. Il già famosissimo Elvis Presley, anche lui a Wiesbaden al fine di prestare servizio militare, vorrebbe conoscerla. Immediatamente scatta un’attrazione reciproca, nonostante la differenza di età. Il resto è, più o meno, di conoscenza popolare.
Tratto da un testo autobiografico scritto dalla stessa Priscilla Beaulieu Presley con Sandra Harmon, la sceneggiatura di Sofia Coppola risulta “obbligata” a muoversi su linee narrative piuttosto prevedibili, trattandosi appunto di fatti di dominio pressoché pubblico. Resta però intatta la sensibilità con la quale la Coppola regista illumina alcuni momenti della vita di Priscilla. Un incipit intriso di magia sulla nascita di un rapporto, dove come sempre ognuno dei futuri partners concede il meglio di sé. Con Elvis tenero e delicato nel rispetto fisico di quella che lui giustamente vede come una donna appena in sboccio. Priscilla incantata da quella sorta di favola che sta vivendo, una magia che la condurrà dritta a Graceland, celebre dimora del divo musicale. Con annesse conseguenze.
Ed è qui che la Coppola fa emergere, grazie ad un’ottima gradualità di scrittura, la mela avvelenata presente in ogni fiaba che si rispetti. E Priscilla (film) mostra tutta l’asprezza di un coming of age in cui la sofferenza diviene inevitabile tappa di una crescita interiore. Con l’emergere delle autentiche intenzioni di un Elvis sempre più dipendente dalle droghe: provare a modellare la sua bambola/feticcio secondo i propri desideri, con Priscilla rinchiusa nella prigione dorata a subire i presunti tradimenti del marito nonché costretta ad un’innaturale inazione dalle severe disposizioni impartite da Elvis stesso, eseguite con disciplina dai familiari di lui. La nascita di una bambina, Lisa Marie, non migliorerà affatto le cose. Anzi.
Ad osservarla in maniera superficiale anche un’opera come Priscilla parrebbe un’ordinaria storia di patriarcato, prevaricazione meditata del genere maschile sul femminile, capace di attraversare il tempo con disinvoltura fino ad approdare ad un presente dove poco o nulla è mutato. Lanciando però il messaggio di speranza attraverso la ribellione di una donna in grado di non farsi schiacciare dalla fama del proprio uomo e dalla sua condizione di estrema passività nell’ambito di un rapporto divenuto ormai tossico in tutti i sensi immaginabili. Tutto estremamente credibile – anche perché accaduto, secondo la versione di Priscilla. Dal cui punto di vista è narrato l’intero lungometraggio – e con una tensione morale costante, nonostante la Coppola preferisca mantenere, non casualmente, un distacco dalla vicenda narrata fin quasi eccessivo. Scelta tipica della poetica della regista ma che, in questo specifico caso, aprirebbe spazio per discorsi di differente tenore, totalmente extra-diegetici e principalmente riferiti alla sua persona.
Da parte nostra ci limiteremo ad un giudizio su un’opera che va lasciata sedimentare come i migliori vini, indubbiamente positivo anche se Priscilla non si posiziona troppo vicino ai migliori lungometraggi della Coppola. Dove anche gli interpreti, con i quali la Coppola “gioca” sapientemente dal punto di vista delle dimensioni, fanno comunque pendere la bilancia verso il sì. Per un funzionale e lanciatissimo Jacob Elordi nei panni di Elvis, un elogio particolare va alla minuta Cailee Spaeny, scelta come protagonista da Sofia Coppola non solamente per il fisico ma pure grazie a ben definite qualità recitative. E la Coppa Volpi ottenuta a Venezia è lì a dimostrarlo.

Daniele De Angelis

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