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Civil War

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VOTO: 8

 

L’America in guerra con se stessa è una metafora del mondo impazzito in cui viviamo

Gli Stati Uniti, in quello che appare un vicinissimo futuro, sono nel bel mezzo di una guerra civile. La Coalizione Occidentale, costituita dagli stati secessionisti di Texas e California, sta avanzando rapidamente verso la capitale Washington, eliminando qualsiasi resistenza. Anche la Florida si è staccata dalla federazione, guidando un altro gruppo di stati verso la deflagrazione di quella che, un tempo, era la prima potenza mondiale.
A New York, in un clima da coprifuoco, la fotoreporter Lee (Kirsten Dunst) è impegnata in prima fila durante una manifestazione che finisce in tragedia, riuscendo a salvare la giovanissima Jessie (Cailee Spaeny). Le due si ritrovano in serata nell’albergo che ospita i giornalisti, dove veniamo a sapere che proprio Jessie desidera ripercorrere le orme di Lee, ammirata da sempre, sognando così di poter fare esattamente il pericoloso mestiere della fotografa di guerra. Nel frattempo, appare chiaro a tutti che sono le ultimi, fatali ore prima della caduta di Washington, un evento che a chiunque sembra ormai inevitabile. Assieme al giornalista suo collaboratore Joel (Wagner Moura), Lee espone ad un altro veterano della stampa, l’anziano Sammy (Stephen McKinley Henderson), quello che è un piano ambizioso e ad alto rischio: viaggiare il più rapidamente possibile verso la capitale ed intervistare il presidente degli Stati Uniti prima che venga ucciso dall’esercito nemico.
Nonostante lo stesso Sammy tenti di dissuadere i colleghi dall’idea, vedendo che questi hanno ormai deciso di procedere, egli chiede di poter partecipare alla spedizione. E’ un uomo in età avanzata, claudicante, ma la sua esperienza può essere un vantaggio e, pertanto, la sua proposta viene accettata con l’avvertimento che verrà abbandonato qualora dovesse rimanere indietro. Il mattino dopo però, al momento di partire, sul sedile posteriore del fuoristrada Lee trova seduti sia Sammy che Jessie. A quanto pare Joel, ubriaco e attratto dalla ragazza, le ha parlato la sera prima dell’impresa e ha accettato che anch’essa partecipasse. Nonostante i dubbi dovuti all’immaturità dell’aspirante reporter, si decide comunque di farla rimanere, anche perché a Lee sembra di rivedere se stessa agli inizi della sua importante carriera. Il viaggio verso Washington si rivela essere un tragitto fatto di orrori, devastazione, soldati sbandati, civili massacrati e un epilogo tutt’altro che prevedibile.
Alex Garland scrive e dirige Civil War, un film che sembra plausibile in modo inquietante, frutto delle ansie di una società americana oggi profondamente divisa, sia politicamente che culturalmente. Non più un grande paese coeso, e certamente da tempo non più la guida del mondo occidentale che si percepisce in declino, è rappresentata qui nel momento in cui abdica definitivamente al suo ruolo, un finale che in tanti sentono come vicino. Con molta intelligenza, Garland ci risparmia alcuni dei difetti del cinema contemporaneo, schiacciato dai deliri della “cancel culture”, e pertanto non ci viene propinato nessuno “spiegone” riguardante i perché del conflitto: sono le ultime fasi della guerra, ma non abbiamo idea da quanto sia cominciata, chi abbia sparato per primo e, com’è giusto che sia, non possiamo sapere se c’è un “buono” o un “cattivo”. Veniamo semplicemente catapultati in uno sconfinato campo di battaglia, dove le stesse truppe sembrano badare il più delle volte alla loro sopravvivenza e mai a qualche causa, nobile o meno che sia. Regolari, partigiani, fuorilegge, civili sono tutti vittime di una violenza insensata e l’unica cosa che appare certa è la caduta del Presidente, senza che tuttavia emerga un qualche piano sul futuro. In questa spietata pellicola, si riflettono però non solo le pulsioni rabbiose degli Stati Uniti odierni, ma anche le scene di devastazione che ci arrivano quotidianamente dagli altri teatri bellici sparpagliati per il globo: l’Ucraina, la striscia di Gaza, il Mar Rosso e prossimamente chissà quanti altri. Palazzi abbandonati, città in rovina, carcasse di auto e veicoli blindati per le strade, cecchini ovunque e una costante angoscia. Il viaggio sul fuoristrada dei giornalisti ci accompagna quindi in un conflitto fittizio quanto reale, frutto di fantasia ma al tempo stesso drammaticamente vero e attuale. Il cinismo che pervade tutto il racconto, impermeabile alla disperazione rimandata dai suoi tetri scenari, è lo stesso che alberga negli insensibili reporter che, il più delle volte, di fronte alla morte, ai corpi dilaniati, alle torture, sono semplicemente presi a fotografare chi sta crepando tra atroci dolori, in cerca dello scatto migliore. Ma se Lee, dietro la sua coltre glaciale, sembra averne abbastanza degli incubi a occhi aperti in cui è immersa da una vita, le cui brutali immagini la perseguitano costantemente, sembra essere Jessie quella ansiosa di superare la sua giovanile debolezza, il suo candore, desiderosa com’è di affrontare l’orrore di quella che le pare un’entusiasmante avventura. Ovviamente lasciamo allo spettatore la scoperta di come possano cambiare le prospettive dei protagonisti, una volta concluso il viaggio verso il cuore nero di Washington. Ma certo questo Civil War rimane un film durissimo da digerire, perché quando i giornalisti ci hanno accompagnato fino al termine della strada, ci rendiamo conto che, oltre a loro, anche noi non sappiamo cosa sarà di questo mondo a pezzi. Se non che, probabilmente, è troppo duro per le vecchie generazioni.

Massimo Brigandì

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