Accused

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8.0 Awesome
  • voto 8

Colpevole fino a prova contraria

Sei anni, tre mesi e diciannove giorni, a tanto si è dovuto arrivare prima che la magistratura riconoscesse in via definitiva l’innocenza di Lucia de Berk, infermiera accusata di sette omicidi tra neonati e anziani che le valse il soprannome di “angelo della morte”. Accused di Paula van der Oest, candidato scelto per la corsa alla statuetta per il miglior film straniero alla scorsa edizione degli Oscar (stessa sorta, ma riuscendo a entrare nella cinquina, toccata anche a Zus & Zo), nel raccontarne la drammatica odissea, allo stesso tempo porta sul grande schermo uno se non il più clamoroso caso di errore giudiziario della storia olandese. Vicenda vera e tristemente nota, questa, che a distanza di qualche anno dalla scarcerazione della sua sfortunata protagonista è diventata il tessuto drammaturgico e narrativo di un’opera che per atmosfere e tensione sembra essere stata partorita dalla mente e dalla penna di Stieg Larsson. Ma queste purtroppo non sono le pagine di un qualche romanzo di successo, nate dall’immaginazione dello scrittore di turno, bensì i capitoli bui e dolorosi dell’esistenza di una donna e di una nazione che, in nome di una giustizia sommaria, ha prima sbattuto un’innocente in carcere sulla base di sospetti, ipotesi e perizie errate, per poi provare a gettare via la chiave pur di coprire gli sbagli commessi. Il tutto sotto l’occhio ossessivo e morboso dei mezzi di informazione che, oltre a sbattere subito il mostro in prima pagina senza se e senza ma, ha contribuito ad alimentare il circo mediatico, aumentare l’isteria di massa e dare il là a un’autentica caccia alle streghe.
Presentata in concorso nella sezione Panorama Internazionale alla sesta edizione del Bif&St, in attesa che qualche distributore lungimirante decida di portarlo nelle sale nostrane (dal secondo dopoguerra ad oggi, l’Italia ha all’attivo una percentuale altissima di casi analoghi), l’ultima fatica dietro la macchina da presa della prolifica e pluri-premiata regista classe 1965 è la cronaca avvincente delle tappe che hanno segnato la drammatica esperienza vissuta dalla de Berk, a cominciare dall’arresto alla sua completa assoluzione. Alla lotta per la sopravvivenza in carcere si affianca quella per la ricerca della verità, condotta dai legali della donna, dai suoi familiari e da una giovane assistente del Procuratore Distrettuale, convinta di trovarsi al cospetto di un clamoroso errore. Il racconto si dirama come una tela tessuta da un ragno, che sposta freneticamente l’azione dall’aula del tribunale per seguire le fasi del processo al penitenziario dove la protagonista è rinchiusa, mentre all’esterno la tv del dolore porta avanti la solita campagna di spettacolarizzazione e le due parti si affannano a svelare o celare la verità.

Quello che ne scaturisce è un pugno ben assestato alla bocca dello stomaco dello spettatore, mandato letteralmente al tappeto dal modo in cui è stata raccontata una storia che non può e non deve lasciare indifferente niente e nessuno. Per tradurla in immagini, suoni e parole, la van der Oest prende in prestito i caratteri e il linguaggio del cinema di genere, passando attraverso la contaminazione dei filone e un mix perfetto di dramma carcerario, poliziesco, legal e serial thriller. Il risultato è una scrittura tesa come una corda di violino, capace di alzare e abbassare la tensione latente grazie alla sapiente costruzione e al perfetto dosaggio della suspense. Il continuo giocare al gatto e al topo con il fruitore, costringe questo a passare da una parte all’altra della barricata, impedendogli per gran parte del film di schierarsi definitivamente dal lato della difesa o da quello dell’accusa. Un film come Accused, infatti, rende difficile una presa immediata di posizione nei confronti di colei che sino a prova contraria resta sospesa tra l’essere una presunta innocente/vittima o una presunta colpevole/assassina/carnefice. La regista intelligentemente si sottrae e sottrae il suo film dal compito di essere portatore di un giudizio morale. Piuttosto, preferisce sposare una linea di oggettività rispetto a ciò che racconta, concentrando il plot sulla vicenda e i suoi personaggi. È bravissima a creare una fitta rete di depistaggi, cambiamenti di fronte e colpi di scena, che trasformano ogni sequenza in uno specchietto delle allodole. È questo il vero punto di forza di un’opera che sa come tenere attaccati alla poltrona gli spettatori, nonostante il manifestarsi di una fisiologica flessione, ininfluente ai fini del risultato, quando il meccanismo thriller viene disinnescato per lasciare spazio all’epilogo giudiziario.
La van der Oest dimostra ancora una volta di conoscere i trucchi del mestiere e con essi i meccanismi che li regolano. Non lascia nulla al caso, curando con la medesima meticolosità le tre fasi della regia, ossia la messa in quadro, la narrazione e la direzione degli attori, quest’ultima supportata dalle ottime performance offerte dall’intero cast, dove spicca per forza e intensità quella di Ariane Schluter nei panni della protagonista.

 Francesco Del Grosso

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