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Racconto di due stagioni

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VOTO: 8

Ancora una volta in Anatolia

Il bianco totale. Questo è il senso cromatico che pervade l’ultimo film di Nuri Bilge Ceylan, indubbiamente il più importante regista turco, di nuovo in Concorso a Cannes 2023 con About Dry Grass (il titolo originale è Kuru Otlar Üstüne, mentre in Italia s’intitolerà Racconto di due stagioni), opera che si presenta come pietra miliare della sua pur rilevante filmografia, nonché film che stacca di qualche livello tutti gli altri finora visti in concorso sulla Croisette. Il bianco è quello del paesaggio innevato, estremo di un paesino dell’est dell’Anatolia, coperto da una coltre di neve per metà dell’anno. Il clima locale fa sì che ci siano solo due stagioni, estate e inverno, e il film contempla solo il primo fino quasi alla fine. Già la prima immagine è enunciativa, algida sia nel cielo che in terra. Il villaggio che si staglia sulla neve è minuscolo, la sua orizzontalità è compensata dalla linea verticale di un alto minareto.
Protagonista del film è Samet, un insegnante d’arte, di frontiera, che dalla città arriva nell’estrema periferia del paese per svolgere un servizio obbligatorio. Lo vediamo subito dalla sala docenti dirigersi verso la sua classe, interrotto da una ragazzina che lo abbraccia, una sua allieva, fisicamente e mentalmente più cresciuta rispetto ai suoi compagni, con cui ha un rapporto privilegiato d’amicizia. About Dry Grass parte come un misto tra opere come Essere e avere, di Nicolas Philibert, sul ruolo educativo degli insegnanti che vengono mandati negli ultimi avamposti della civiltà, e Il sospetto di Thomas Vinterberg, per le accuse che arrivano a Samet di un rapporto con la ragazza di cui sopra, che supera i limiti del lecito. Naturalmente quest’ultimo aspetto deve essere contestualizzato nella società rurale arretrata raccontata da Ceylan, dove ci si può permettere di fare una perquisizione in classe, con scopi moralistici, frugare tra le cose personali degli alunni, ancorché minorenni, e scoprire diari intimi di ragazzine che precocemente sono entrate in fase puberale. Ceylan, come il collega danese, mostra subito l’equivalente che scagiona il professore, in termini di un rapporto sicuramente complice ma innocente seppur con qualche ambiguità.
Samet convive con il collega Kenan, con il quale condivide oltre al lavoro, i momenti conviviali. A loro si aggiunge una terza insegnante, Nuray, anche lei di provenienza cittadina, donna forte, portatrice di ideali, con una pesante menomazione: manca di un piede e indossa una protesi, vittima di un attentato. Tra i tre si forma un triangolo, con tutte le tipiche caratteristiche del caso, sempre in un contesto che è la negazione del libertinismo. Kenan ci prova garbatamente con lei, mentre i tre sono a tavola, ma lei si infastidisce. I rapporti sottilmente cambieranno e la donna si concederà invece a Samet, in un momento chiave del film. La donna, infatti, si apre al collega, anche metaforicamente, si spoglia non solo dei vestiti ma anche della sua protesi, esibendo così il moncherino della gamba amputata. Lui esce dalla stanzina della casetta in quel villaggio innevato, per trovarsi come in un profilmico, uscendo e girando per i teatri di posa di un grande studio. Una decostruzione della macchina cinema, di messa in scena della sua struttura, dei contenitori dove si produce, apparentemente buttata lì dal regista e mai più ripresa.
Con About Dry Grass Nuri Bilge Ceylan realizza l’opera più ambiziosa della sua, pur complessa, filmografia. Un’opera solida e maestosa, molto scritta ma con dialoghi sublimi. Spessa e robusta come un romanzo. Una lunga scena verso la fine vede i personaggi in lunghissime dissertazioni esistenziali. Può ricordare, come contenitore del pensiero, il recente Malmkrog di Cristi Puiu. Tocca temi politici, sociali, filosofici importanti, ma anche linguistici, permettendosi di mettere in dubbio la stessa convenzione cinematografica, il libero flusso di immagini in movimento. Solo due stagioni, si è detto, governano il clima del villaggio del film. Solo caldo o freddo, non ci sono le mezze stagioni. Tutto il film è attraversato da dicotomie estreme: il centro e la periferia, la vita urbana moderna e quella della tradizione, ancora molto arretrata di campagna, l’impegno civile e intellettuale e l’indifferenza, la guerra e la pace. La stessa natura di cinema come successione di fotogrammi è messa in discussione. Compaiono immagini ferme, come fotogrammi sospesi, ma anche scene in movimento con le persone fisse, come tableau vivant che comunque scorrono, per esempio nella neve che cade sullo sfondo. Possono essere delle soggettive: i personaggi, nelle loro scampagnate, fanno spesso istantanee, possono avere un senso etnografico nella visione del regista che offre al pubblico. La macchina fotografica puntata di Nuray segna anche la sua scelta tra i pretendenti. E sviluppano un senso di cinema che si aggira, circonda e attraversa, altre forme d’arte. C’è, in tal senso, la casa piena zeppa di quadri alle pareti, e la parte, verso la fine, decisiva ancora per la maturazione meditativa dei personaggi, che si svolge in un sito archeologico, quello del Monte Nemrut, dove i protagonisti, persone vive dotate di movimento, si interpongono tra le antiche statue. Una terra dalle due stagioni e il film finisce con i prati verdi e i cieli azzurri. La scuola è finita, tutti se ne vanno. Ma ricompare l’immagine della ragazzina, ancora d’inverno, come ghiacciata, colei che era stata la pietra dello scandalo. Una Lolita innocente, rappresentazione al contempo di colpa, desiderio e purezza.

Giampiero Raganelli

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