A testa alta

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6.0 Awesome
  • voto 6

Il mondo contro

Ci sono diversi modi per affrontare una storia, peraltro non esattamente originale al cinema, incentrata su un ragazzo a dir poco difficile seguito dalla macchina da presa nella fase culminante della propria adolescenza. Uno potrebbe essere quello di un realismo “esasperato” di stampo semi-documentaristico alla maniera dei fratelli Dardenne (il pensiero corre in prevalenza a Rosetta, piuttosto che a Il ragazzo con la bicicletta); un altro la scelta di un realismo maggiormente narrativo, con una storia più o meno invisibile da costruire attorno al personaggio principale come farebbe, ad esempio, un Ken Loach. Esisterebbe pure una terza opzione, anche calzante visto che di un film di produzione francese stiamo parlando, cioè quella di un realismo poetico alla Truffaut: ma in questo caso l’obiettivo da raggiungere risulterebbe palesemente posto in posizione troppo elevata per la quasi totalità dei cineasti in attività.
Aderenza alla realtà è comunque la coordinata di base su cui si muove questo A testa alta, diretto dall’attrice/regista Emmanuelle Bercot nonché pellicola d’apertura del Festival di Cannes edizione 2015. Pare abbastanza evidente sin dalle prime sequenze che la Bercot preferisca la seconda soluzione, quella cioè di una sceneggiatura – scritta dalla stessa regista con Marcia Romano – impostata su una verosimiglianza di fatti e situazioni artatamente contaminata da una costruzione drammaturgica. Ed è proprio quest’ultima ad innescare le note stonate di un film che poggia, di contro, tutto sulle spalle di un giovane attore non professionista come Rod Paradot, bravissimo nel vivere l’amara quotidianità del proprio personaggio; mentre risulta in difficoltà ad interpretare scene madri che lo costringono inevitabilmente ad uno sforzo sopra le righe. Tale contraddizione di fondo non viene affatto risolta in un’opera che è una sorta di racconto di formazione comunque ricco di momenti pregnanti del quale però si percepisce sin troppo chiaramente la furbizia del voler piacere a tutti i costi. La patina di divismo apportata da Catherine Deneuve, nel ruolo di un giudice minorile, appare ad esempio del tutto fuori luogo in un contesto descrittivo che si vorrebbe squallido e senza speranza. Così come sbiadita e strumentale risulta al tirar delle somme pure la figura dell’educatore/tutore Yann, peraltro interpretato dal bravissimo Benoît Magimel, sin troppo evidente surrogato paterno. Anche il segmento narrativo in cui l’appena diciassettenne Malony – il film, dopo un prologo in cui il protagonista è un bambino di pochi anni, segue il suo cammino di crescita nell’età ingrata senza soluzione di continuità – evade dall’istituto per minori dove è stato richiuso appositamente per scongiurare in extremis l’aborto della fidanzatina sembra più una captatio benevolentiae di stampo moralista nei confronti dello spettatore in vista del “catartico” finale, invece che un’ulteriore pennellata di nero su un quadro che si presentava a tinte fosche. D’accordo che un’occasione di riscatto è concessa a chiunque, ma la Bercot esagera nel delineare il repentino cambio di comportamento da parte di un ragazzo che solo pochi fotogrammi prima pareva totalmente intrattabile ed irrecuperabile.
Dispiace quindi che certi limiti evidenti offuschino la riuscita di un lungometraggio sin troppo animato di buone intenzioni, teso a fornire il ritratto disperato di una gioventù completamente abbandonata a se stessa – le efficaci, continue incursioni della macchina da presa in penitenziari o case famiglia per minori rendono davvero Malony un simbolo di troppe altre situazioni similari… – senza tuttavia andare oltre un film raccontato in modi del tutto convenzionali, sia di scrittura che di messa in scena. Si rimpiange allora il coraggio stilistico dimostrato, attraverso un spunto narrativo per certi versi affine, da Xavier Dolan in Mommy. Ma in quel caso si parla, ovviamente, di un talento assai precoce della Settima Arte…

Daniele De Angelis

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