Incontro con Xavier Dolan

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In occasione dell’uscita in sala, il 4 dicembre, di Mommy, Premio della Giuria alla 67^edizione del Festival del Cinema di Cannes, abbiamo incontrato a Milano Xavier Dolan. Cineasta canadese di venticinque anni, con all’attivo cinque film come regista e sceneggiatore, tutti lavori dalla cifra stilistica e – aggiungeremmo – emotiva già riconoscibilissima.

D: Tenendo conto che sei un autore giovane, cosa c’è ancora da indagare sulla famiglia?

Xavier Dolan: La figura materna e le relazioni con i propri figli sono per me un pozzo senza fondo d’ispirazione, credo che potrei fare due film all’anno a riguardo fino all’età di ottantacinque anni, certo, sempre nella speranza di rinnovarmi e raccontare storie diverse. La famiglia è un “tema” come le storie d’amore, non si esaurisce mai.

D: Questo film mi sembra crudelissimo nei confronti della figura materna, l’hai fatto perché volevi realizzare un’opera tragica oppure perché vuoi “accanirti” sulla madre?

Xavier Dolan: Non mi accanisco sulla madre, in tutti i miei film è un personaggio coi suoi problemi e defaillance, ma è lei a vincere. In J’ai tué ma mère si difende davanti al preside che le vuole insegnare come crescere suo figlio, il personaggio di Nathalie Baye in Laurence Anyways, nonostante le difficoltà, era uno dei pochi ad accettare la scelta del proprio figlio/a, in Tom à la farme è isolata, sottratta a ogni tenerezza e infine in Mommy è una donna pronta a tutto per suo figlio, perde quasi la sanità mentale. Penso quindi di non accanirmi sulle madri, ma con loro.
La vie est cruel, mais je ne suis pas. C’è differenza tra che cos’è la storia e cosa il personaggio, non posso fare dei film dove le madri saltellano in un prato fiorito, creo, invece, delle storie che mettono in risalto il coraggio. Le persone che han visto Mommy hanno sottolineato la luce, i pezzi in cui ballano e cantano, i colori. Il messaggio lo esplicita proprio una battuta di Die (Anne Dorval): «siamo in un mondo senza speranze, ma pieno di persone che sperano».

D: Quanto c’è di autobiografico in Steve?

Xavier Dolan: Da piccolo ero molto violento senza che nessuno capisse perché picchiassi, poi, col tempo, ho trovato nel cinema un modo per canalizzare quest’energia, che ha dietro un sentimento di  rabbia contro la società, contro gruppi di persone che usano l’ostracismo, contro l’uso di categorie. Steve, però, soffre di una malattia mentale, io, grazie a Dio, no e ho goduto di una situazione socio-economica diversa.

D: Quindi quant’è stato curativo il cinema per te?

Xavier Dolan: Il cinema è il motore della mia vita grazie a cui posso esprimere i miei sogni, le paure e le passioni. Quando non sto girando è come se stessi aspettando il prossimo film, come se una parte di me stesse dormendo in attesa della prossima creazione. È molto particolare quando si sceglie di lavorare nel cinema: è come se non si vivesse più la vita reale, la musica che ascolti la pensi nel film, i luoghi sono quelli che vorresti filmare.. Il mio cinema è respirare e parlare, quello degli altri è un’estensione di questo.

D: La musica ha sempre un valore molto potente nei tuoi lavori. Come hai scelto i pezzi della colonna sonora di Mommy?

Xavier Dolan: La musica arriva molto presto nel processo di scrittura, mi è capitato di ascoltare una canzone che passava in radio e da lì scrivere di getto un film che è ancora nel cassetto. Ad esempio quando ho ascoltato “Experience” di Ludovico Einaudi ho pensato a una donna che immagina una vita a cui non potrà mai accedere, non sapevo che sarebbe stato per Mommy. Mi premeva molto che fossero i personaggi ad avere il controllo della musica, non io come regista, infatti è Steve che aziona il lettore dove inserisce la compilation realizzata dal padre prima di morire. Certo, scelgo delle canzoni che possono risultare piacevoli sia alla gente che a me. Mi piace anche l’idea che, durante la proiezione in sala, queste musiche facciano riaffiorare ricordi personali in ogni spettatore.

D: Da cosa ti fai contaminare anche a livello cinematografico?

Xavier Dolan: M’ispira soprattutto la fotografia (vedi Richard Avedon), attingo molto anche a riviste di moda, acquisto libri di pittori come Matisse, Caravaggio, Hopper, Chagall. Ammetto che ho poca cultura cinematografica, a volte me ne vergogno anche di questo. Molti film han nutrito la mia infanzia – come Mamma ho perso l’aereo, Titanic, Batman – Il ritorno, li porto dentro di me, e poi cerco di non vedere pellicole mentre giro. Diciamo che raramente i film di altri mi ispirano, piuttosto mi fan riflettere, credo più al carattere mistico dell’ispirazione.

D: Ci puoi parlare del tuo prossimo film e come mai hai scelto Jessica Chastain?

Xavier Dolan: La Chastain non ha il ruolo principale, ma per com’è costruito sarà eccitante. S’intitola The Death and Life of John F. Donovan e racconta di una star americana che è sulla cresta dell’onda da cinque/sei anni, un nuovo James Dean, osannato dai giornalisti e idolatrato dal pubblico. Si sa poco di lui fino al momento in cui viene a galla una relazione epistolare che intrattiene con un ragazzo di undici anni che sogna di fare l’attore – non si conosce, però, il contenuto delle lettere. I social network e i media, appresa questa notizia, mineranno la sua carriera richiamando un po’ il mito di Icaro. Ci tengo a dire che non si tratta di una satira di Hollywood, metto in scena l’impatto della celebrità sulla vita privata e come i media determinano la qualità del cinema e dell’arte. Volendo anche divertire ho pensato allo schema narrativo del supereroe in cui c’è il buono e il cattivo, nei panni di quest’ultimo c’è proprio la Chastain. Lei mi aveva scritto su twitter dopo aver visto Mommy a Cannes, ci siamo visti, siamo diventati amici e quindi ho pensato a lei per questa parte, che non ha sfumature, è al 100% diabolica.

Maria Lucia Tangorra

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