Racconto di formazione, interrotto
All’annuncio del programma dell’83esima Mostra Internazionale d’Arte Cinematografica di Venezia, il successo di un piccolo film era già scritto nelle stelle. Vincitore del premio alla miglior regia nella sezione Orizzonti, A Day in the Life of Jo: Chapter Phaedra è il secondo lungometraggio della regista greca Jacqueline Lentzou, il cui debutto sulla scena festivaliera era avvenuto alla Berlinale 2021 con il delizioso ma acerbo Moon, 66 Questions. In quel periodo, sotto la direzione artistica di Carlo Chatrian, la sezione Encounters rappresentava ancora un punto di riferimento per gli appassionati di cinema sempre in cerca di talenti audaci a cui ispirarsi, cineasti istintivi in grado di aprire il mondo a nuove prospettive attraverso le loro storie. Un ecosistema che in sole cinque edizioni, prima di venire smantellato dall’insediamento di Tricia Tuttle, ha lanciato diversi autori destinati ad affermarsi nel panorama internazionale, che ancora oggi fanno parlare di loro: per esempio Sandra Wollner, vincitrice di Un Certain Regard a Cannes 2026 con Everytime, o ancora Denis Côté, premiato a Locarno 2026 per Nobody’s Violence. In un anno in cui imperversa la polemica sulla mancanza di registe donne in concorso a Venezia, viene spontaneo pensare che tutto si sarebbe potuto evitare scommettendo sul gioiellino visionario di questa giovane regista, correndo il rischio di privare la sezione Orizzonti di un film che incarna precisamente i valori di cui si fa portavoce.
La protagonista è Jo, una quindicenne che seguiamo nel corso di una giornata qualunque, con l’eccezione che l’universo sembra inviarle continuamente dei segnali legati al suo sogno della notte precedente. La ragazza non li coglie, ma lo spettatore è stato indottrinato ad essere ricettivo nei confronti di conchiglie, strumenti musicali, cappellini e proiettili, la cui presenza è intessuta nella narrazione con particolare attenzione. Nulla di quello che accade nell’ordinaria routine scolastica di Jo sembra avere un peso narrativo, perlomeno fino all’ora di musica: la voce angelica di Phaedra conquista l’intera classe e commuove Jo, che in lei potrebbe aver trovato la sua prima vera amica. Le due ragazze si danno timidamente appuntamento per quella sera, ma per uno scherzo del destino Jo quella sera non potrà presentarsi al cinema. Il film è infatti ispirato alla tragica morte di un ragazzino di Atene, un fatto di cronaca avvenuto nel 2008 che Lentzou non ha mai dimenticato, e che anni dopo pone le fondamenta per un viaggio struggente, misterioso e spensierato, proprio come la vita stessa. Solo che nel cinema di Jacqueline Lentzou la morte è solo uno dei tanti inizi.
Il vero colpo di genio di A Day in the Life of Jo: Chapter Phaedra sta nel rifiuto di trasformare ogni momento precedente alla tragedia in un conto alla rovescia: perdere l’autobus, ribellarsi alla propria madre, andare a scuola e (forse) innamorarsi sono avvenimenti che ritengono un peso emotivo sufficiente per il semplice fatto che compongono le nostre vite. L’obiettivo di questo giocoso e sperimentale racconto di formazione è quindi inizialmente romanticizzare una giovane vita, per poi interromperla bruscamente con la speranza che il valore che riponiamo nelle piccole cose aumenti retroattivamente di conseguenza. L’enfasi che ha Lentzou nel comunicare queste scoperte porta la rivelazione finale a risultare eccessivamente costruita e didascalica, impedendo al film di essere sperimentale nel senso più radicale del termine, eppure il tutto è insieme profondamente sensibile e umano. Il risultato è un cinema di suggestioni confezionato a regola d’arte, in cui la cinepresa si libera dai vincoli che siamo abituati ad associarle, imboccando un percorso al di fuori di coordinare note che conduce a un’insospettabile catarsi.
La seconda parte di A Day in the Life of Jo: Chapter Phaedra sorprende soprattutto per la capacità di generare stupore anche negli avventori festivalieri più navigati, talmente abituati ai virtuosismi cinematografici da scoprirsi spesso anestetizzati di fronte all’ennesima trovata formale fuori dagli schemi. Jacqueline Lentzou modifica radicalmente in corso d’opera le regole attraverso cui siamo chiamati a guardare la sua personale realtà cinematografica, codificando un vero e proprio linguaggio che suggerisce come la dimensione che associamo al reale non rappresenta necessariamente la fine del nostro viaggio.
Alessio Vinciguerra








