Un altro capitolo dal dopoguerra
Ci sono film che, per un motivo o per l’altro, fanno parlare di sé molto più di altri, nell’ambito di un concorso cinematografico. E se pensiamo, ad esempio, a questa 83esima Mostra Internazionale d’Arte Cinematografica di Venezia, uno di questi film è indubbiamente Woman Unknown (Kvinde Ukendt), diretto dalla regista May el-Toukhy, che al Lido si è aggiudicato ben due premi: la Coppa Volpi alla Miglior Attrice (per l’ottima Mathilde Arcel) e, naturalmente, l’ambitissimo Leone d’Oro. Per quanto riguarda questo secondo premio, come ben possiamo immaginare ci sono state molte perplessità a riguardo, dato che quest’anno il concorso veneziano presentava comunque una selezione parecchio interessante e qualitativamente più alta rispetto alla media degli scorsi anni. Ma prima di analizzare il presente film nello specifico, vediamo meglio di cosa stiamo parlando.
La storia messa in scena in Woman Unknown, dunque, è quella di Marie (Arcel), giovane donna danese che, pochi anni dopo la fine della Seconda Guerra Mondiale, è in procinto di sposare il benestante Christian (Carsten Bjørnlund), per cui ha lavorato diverso tempo come governante e bambinaia. La donna, tuttavia, al fine di poter sopravvivere, proprio durante la guerra aveva avuto una relazione con un soldato tedesco. Chi ha vissuto la sua stessa esperienza, però, viene marchiata a vita e processata da una popolazione desiderosa di vendetta. Cosa dovrebbe accadere, dunque, se il suo passato dovesse tornare a bussare alla porta?
In Woman Unknown, così, la regista ha deciso di raccontarci per immagini una delle tante conseguenze della guerra stessa a oggi sconosciute ai più. E lo ha fatto attraverso una storia complessa e ricca di colpi di scena e di momenti che sanno colpirci come un pugno allo stomaco. Una storia in cui non solo la donna, ma, come da ammissione della regista stessa, è soprattutto il corpo della donna a essere messo al centro della narrazione. Un corpo osservato sovente come oggetto di studio, ma anche come vero e proprio campo di battaglia, a scapito di ogni qualsivoglia forma di umanità.
A tal fine, dunque, particolarmente degne di nota sono determinate scene che ci mostrano ora le torture subite da donne con un passato oscuro, ora la protagonista costretta a vendersi per ottenere anche solo un piccolo barlume di felicità, ora, addirittura, un vestito da sposa, che appeso a un appendiabiti all’interno di una stanza buia ci appare ancora più spettrale. In luce di ciò, dunque, non possiamo non riconoscere al presente Woman Unknown una certa potenza visiva e una spiccata cura dell’immagine in generale (il momento in cui Marie, durante le prove dell’abito da sposa, guarda in macchina, mentre Christian, al suo fianco, la osserva serio è in tal senso particolarmente d’effetto).
Se c’è, però, qualcosa che di questo Leone d’Oro proprio non convince sono alcune ingenuità e piccole forzature all’interno della sceneggiatura stessa (come la stessa scritta che, a un certo punto, viene posta sul portone della casa dei protagonisti), insieme a personaggi dal grande potenziale che, però, vengono tirati in ballo e poi mai realmente approfonditi (come il personaggio della vicina di casa della protagonista) o che avrebbero potuto dar vita a risvolti molto interessanti ma che finiscono irrimediabilmente per sgonfiarsi come un palloncino.
Siamo d’accordo: il presente Woman Unknown non è di certo un brutto film. Al contrario, come già menzionato, esso presenta al proprio interno intuizioni particolarmente degne di nota. Eppure, se paragonato ad altri titoli presenti in contemporanea a Venezia, indubbiamente va a situarsi su un livello differente. Staremo a vedere come si comporterà l’anno prossimo la giuria veneziana, sperando, comunque, che la qualità del concorso sia pari a quella di quest’anno.
Marina Pavido









