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Let Us Through, Dear Ancestors

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VOTO: 7

Colonialismo senza fine

All’83esima edizione della Mostra Internazionale d’Arte Cinematografica di Venezia è stato presentato l’ultimo film di Lav Diaz, inspiegabilmente fuori concorso come tutti i progetti del regista che hanno seguito il suo Leone d’Oro del 2016 con The Woman Who Left. Eppure il suo cinema non ha mai vacillato: con ogni nuovo tassello della sua filmografia si rinnova lo stupore per la capacità del regista filippino di immaginare le sue inquadrature come diorami in movimento, vere e proprie finestre che si affacciano su una realtà che appare interconnessa anche quando la macchina da presa abbandona una determinata prospettiva per concentrarsi altrove. Un approccio naturalistico in cui la cinepresa rimane prevalentemente fissa e in cui non sono previsti primi piani dei personaggi. Lav Diaz predilige tenere a distanza lo spettatore per mantenere l’attenzione sull’insieme.
Let Us Through, Dear Ancestors (Makikiraan po) è ambientato nelle Filippine del 1617, nel pieno della colonizzazione spagnola. Una chiesa in costruzione da ormai dieci anni continua a mietere vittime tra gli uomini costretti a lavorarvi, mentre le vedove rimaste sole vengono a loro volta violentate. Al centro di questo sistema di sfruttamento si staglia Padre Enciso, che nella sua ambizione quasi caricaturale ricalca un canonico antagonista delle fiabe: a mettere in moto la narrazione è la sua richiesta di portare al villaggio un carico di marmo destinato alle decorazioni della chiesa. Il gruppo di uomini designato per questa missione ingrata, ovviamente convinti per mezzo di sequestri e ricatti, si ritrova costretto ad attraversare una montagna fangosa durante la stagione delle piogge, il tutto trascinandosi dietro un carretto colmo di pesante materiale edilizio. Insomma, una scalata che si può facilmente leggere come metafora della sofferenza inflitta dal colonialismo.
Lav Diaz prosegue a parlare di questo buio capitolo della storia filippina, mantenendo vivo lungometraggio dopo lungometraggio un discorso continuativo plasmato dal desiderio di non dimenticare. Il 30% della popolazione maschile è stato decimato in quel periodo, dato su cui il regista si è soffermato nel confronto con il pubblico successivo alla proiezione, e forse il cinema può ancora battersi per loro. Dopotutto, a salvare il mondo sono notoriamente le persone che nessuno considera, che cercano di fare la differenza nel loro piccolo senza aspettarsi un riconoscimento: forse questa nozione si applica anche a un regista dedito a opere visceralmente realistiche, che non scende a compromessi per evocare un’autentica sensazione di sconforto.
A partire dalla fotografia in bianco e nero, ma non solo, Let Us Through, Dear Ancestors è stilisticamente riconducibile a Phantosmia, presentato sempre a Venezia 2024, seppur fallisca nel generare nuovamente sul finale la stessa catarsi del predecessore. Là dove altri film di Lav Diaz riuscivano a ricompensare il mantenimento dell’attenzione per lunghi periodi di tempo con un ritorno emotivo, qui il percorso appare più uniforme, arrivando semplicemente a una conclusione fisiologica che non necessita di ricomporsi prima di uscire dalla sala. Inoltre, nonostante i suoi 147 minuti rappresentino a tutti gli effetti la durata più breve di un suo film negli ultimi 24 anni, la sensazione che ci sia un eccesso di materiale nella seconda parte è tangibile.
Resta tuttavia la forza di un cinema che continua a considerare la memoria filippina come un esercizio necessario: una presenza inscritta nei luoghi, nei corpi e nei fitti paesaggi pluviali. È nel rigore con cui tutto questo viene meticolosamente ricostruito che Lav Diaz si identifica come autore, trasformando ogni inquadratura in un archivio dove la Storia continua ostinatamente ad accadere.

Alessio Vinciguerra

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