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Everytime

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VOTO: 9

Alba a Berlino, tramonto a Tenerife

Agli sgoccioli della 79esima edizione del Festival di Cannes, i dati parlano chiaro: la selezione di titoli in corsa per la Palma d’Oro non ha tenuto testa alle aspettative. Si vocifera che qualche sorpresa ci attenda in dirittura d’arrivo, pronta a intrufolarsi nel palmares, ma nel frattempo è per le sezioni collaterali che la critica ha speso le sue migliori lodi. In quella che è una delle selezioni Un Certain Regard più solide degli ultimi anni, spicca Everytime di Sandra Wollner, alla sua prima volta sulla Croisette dopo essersi fatta conoscere alla Berlinale 2020 con il divisivo The Trouble with Being Born.
Se là il fulcro narrativo era un bambino-androide — testimone passato in mano al collega Hirokazu Kore-eda con il suo Sheep in the Box — qui Wollner affronta uno dei temi più inflazionati e universali dell’intero panorama cinematografico: il lutto. È quindi necessaria una premessa. L’approccio di Everytime alla perdita è talmente radicale, personale e consapevole da risultare impossibile da accostare a qualunque altro racconto che condivide gli stessi intenti. Jessie sta per partire per le vacanze estive con la madre Ella e la sorellina Melli, ma decide di concedersi un’ultima serata insieme al suo ragazzo, Lux. Jessie è una presenza trascinante, contagiosa nella sua vitalità, e la cinepresa le tiene testa fino a smarrirsi tra le luci stroboscopiche della discoteca dove i due ragazzi sfogano le ultime energie della giornata, senza però farsi mancare qualche pillola. L’effetto degli stupefacenti arriva in ritardo, e i loro “benefici” si manifestano soltanto quando i due salgono sul tetto di un grattacielo per osservare l’alba da una prospettiva privilegiata.
Leggendo anche la più vaga delle sinossi è facile intuire cosa accadrà nei successivi, fatidici istanti, con il sole come unico testimone. Eppure è impossibile prepararsi a una morte filmata con una simile delicatezza. Jessie, avvicinatasi troppo al bordo, precipita nel vuoto mentre Lux cede alla stanchezza, e si addormenta senza accorgersi di nulla. Sandra Wollner immortala la caduta libera della ragazza con una leggiadria spiazzante, al culmine di una lunga carrellata in piano sequenza libero da qualsiasi regola che non sia l’istinto naturalistico più puro. Una scena devastante, che rigetta la spettacolarizzazione della tragedia, ma che al contempo è un artificio cinematografico che suscita entusiasmo e sconforto. La vera trama del film prende il via da questo punto, un anno dopo. Ella e Melli, nonostante la depressione sia costantemente in agguato, sembrano in qualche modo cavarsela. Nessun funerale, nessuna lacrima, nessuna colonna sonora propedeutica a tirare fuori con forza le emozioni dello spettatore.
Lo stato d’animo in cui si addentra Everytime passa attraverso silenzi densi e incomunicabili, dove a essere eloquenti sono i gesti molto più delle parole. È un cambio di registro violento, che genera un vero e proprio colpo di frusta cinematografico responsabile di introdurci alla concezione del lutto di Wollner: la perdita non coincide con il momento della tragedia, ma con il proseguimento di una fragile quotidianità che nasconde un desiderio impossibile, ovvero fare ritorno a qualunque luogo conservi ancora traccia di chi è venuto a mancare. Lux, Ella e Nelli ci provano in tutti i modi, indugiando in vecchie fotografie e messaggi e stringendo tra di loro un rapporto quasi simbiotico, alimentato dal bisogno comune di mantenere viva una presenza ormai irraggiungibile, il fantasma della persona che nessuno al mondo ha amato più di loro tre. Uno scenario inevitabilmente precario, che Ella capisce di dover esorcizzare. Per la madre di Jessie, prendere in mano la situazione significa che la mattina seguente partiranno tutti insieme alla volta di Tenerife, con l’obiettivo di vivere quella vacanza che non è mai esistita. È nel corso di questo viaggio che Everytime compirà un passo verso l’ignoto, portando i suoi personaggi — e gli spettatori — alla scoperta di un mondo dove vita e morte si incontrano in un crepuscolo perpetuo. Secondo Wollner, la perdita non è soltanto un’esperienza emotiva personale, ma un sentimento vivo che altera concretamente la percezione deI propri dintorni. Improvvisamente cadono i muri che separavano il reale dall’impensabile; il passato gocciola nel presente secondo uno schema preciso, a noi indecifrabile, e il mondo si ripiega su sé stesso nel tentativo di accomodare i desideri più profondi di una famiglia che ha smarrito la strada. La regia esercita sui corpi e sugli spazi un’influenza quasi ipnotica, risultato di un rigore formale che persiste anche nei momenti più apertamente allucinogeni, mantenendo Everytime in bilico sul precipizio dell’astrazione, ma senza precipitarvici.
È questo il segreto di quello che, a tutti gli effetti, è un omaggio metafisico al Raggio verde di Eric Rohmer, una variazione sul soggetto dove il sole ha la decenza di rimanere immobile, e per un istante tutto sembra tornare a una normalità esaltata in cui il dolore si solleva. Nell’addentrarsi dentro a questa storia, si apre uno scorcio fugace sulla natura della sofferenza umana e sul senso stesso dell’esistenza. Un varco fugace di cui non riterremo il ricordo, solo la sensazione di aver assistito all’esclusiva cerimonia di consacrazione di una regista che è un crimine non si stia giocando la Palma d’Oro. Luminoso, folgorante e indelebile; semplicemente, il meglio che il festival ha avuto da offrire.

Alessio Vinciguerra

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