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Venezia 83: presentazione

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Un’edizione all’insegna della scoperta

È stato un avvicinamento burrascoso, all’insegna delle polemiche, quello verso l’83esima edizione della Mostra Internazionale D’Arte Cinematografica di Venezia, che si terrà in quel del Lido dal 2 al 12 settembre 2026. Il direttore artistico Alberto Barbera si è dovuto difendere con più impegno del solito nel corso delle interviste di rito che seguono l’annuncio della selezione ufficiale: prima di tutto, la presenza di una sola regista in Concorso, dato che si avvicina ai minimi storici e rema contro la necessità odierna di una maggiore rappresentazione, ma anche la sorprendente carenza di titoli di alto profilo commerciale, che ha portato ad affievolire l’entusiasmo degli spettatori meno avventurosi. Tuttavia, prendendo consapevolezza del delicato periodo di transizione che sta attraversando l’industria cinematografica, basta uno sguardo al calendario festivaliero per comprendere come non potesse essere altrimenti.
Venezia si svolge quasi in contemporanea con manifestazioni del calibro di Telluride e Toronto, altrettanto determinate ad accaparrarsi le anteprime mondiali più prestigiose, e in qualità di festival è impotente di fronte al desiderio crescente delle grandi case di distribuzione di sperimentare un lancio globale per i loro titoli più promettenti sul fronte della stagione dei premi. Se all’annuncio di Digger, il nuovo film di Alejandro González Iñárritu in uscita il prossimo ottobre, molti avrebbero scommesso su una sua fermata al Lido, è ormai chiaro che Warner Bros. avrebbe ripercorso le orme del successo agli Oscar di Una battaglia dopo l’altra e Sinners – I Peccatori, entrambi sotto la sua giurisdizione. Ci troviamo quindi in un periodo di transizione, in cui gli studios e i direttori dei festival si studiano a vicenda, cercando di capire la prossima mossa, ma soprattutto di rispondere a una domanda precisa: l’ecosistema festivaliero, con tutti i costi che comporta, è ancora utile come piattaforma di lancio ai grandi registi che sbancheranno a prescindere il botteghino? Iñárritu stesso ha dichiarato che da parte loro non c’è alcuna paura dei festival — parafrasando: dei feroci critici in agguato in Sala Darsena — nonostante la teoria più quotata sia che l’esecuzione pubblica sul Lido di Joker: Folie à Deux e Bardo costituisca il motivo principale di questa ritirata strategica.
A questo bisogna aggiungere tutte le produzioni ancora in corso, che molti speravano di vedere annunciate ma che non sono ancora pronte per essere mostrate al pubblico: Barbera è stato chiarissimo su Le avventure di Cliff Booth, Dune: Parte Tre e The Social Reckoning. Dovremo aspettare le rispettive uscite in sala per scoprirli. Per fortuna ci sono ancora realtà come Searchlight e Netflix, per cui Venezia rappresenta un tassello importante della promozione dei propri cavalli di punta: ecco che Wild Horse Nine di Martin McDonagh, proprio come i precedenti due film del regista, sarà uno dei titoli più attesi della Mostra, così come l’inaspettato Ink di Danny Boyle. A24 propone invece Primetime, il primo film di finzione del peculiare documentarista Lance Oppenheim, che spera di sfruttare gli applausi scroscianti della Sala Grande per accumulare consensi relativamente all’interpretazione di Robert Pattinson. Se poi parliamo di tappeti rossi, non possiamo non menzionare Bunker di Florian Zeller, con Penelope Cruz, Javier Bardem, Paul Dano, Stephen Graham e Patrick Schwarzenegger. Occhi puntati anche sul film segreto di questa edizione, annunciato in differita per permettere a chi è coinvolto di mettersi al riparo da eventuali ripercussioni: parliamo di NAZA, documentario girato sui tetti di Tel Aviv da Yuval Abraham e Rachel Szor, due dei quattro registi dietro No Other Land, che qui proseguono a svelare i retroscena del massacro sistematico da parte di Israele dei civili palestinesi. Solamente un anno dopo le polemiche per il mancato Leone d’Oro a La voce di Hind Rajab, ma soprattutto essendo questa tragedia ancora in corso, è difficile non considerare questo film come il precoce favorito per la vittoria.
Restando in tema di quotazioni, Possible Love di Lee Chang-dong è sicuramente un altro potenziale Leone: il regista di Burning, tuttora il film con il voto più alto mai registrato nella griglia di apprezzamento dei critici di Cannes, approda stavolta a Venezia grazie al rapporto conflittuale tra Netflix e Thierry Frémaux. Torna invece al Lido per il secondo anno di fila Werner Herzog con Bucking Fastard, che si vocifera essere stato rifiutato da Cannes ma che è l’unico film a essere stato selezionato quest’anno per tutti e quattro i principali festival autunnali: New York, Telluride, Toronto e Venezia appunto. La curiosità è di conseguenza altissima, complice la bizzarra storia vera a cui si ispira e che vede protagoniste le sorelle Rooney e Kate Mara.
Infine, l’oggetto dell’ultima polemica, quella più recente, movimentata dall’inclusione in Concorso di DAU, progetto tanto mastodontico quanto controverso firmato dal regista russo Ilya Khrzhanovsky (probabilmente molti ignorano che sia dissidente e che il film sia una denuncia nei confronti dei regimi totalitari). Insomma, non mancano le anteprime per cui entusiasmarsi, nonostante sia evidente che l’impossibilità di riempire il Concorso di grandi nomi rappresenti una sfida per la direzione artistica. È quindi, paradossalmente, un’edizione più entusiasmante del solito per chi è aperto alla scoperta, ricca di titoli impossibili da giudicare a scatola chiusa e, di conseguenza, terreno fertile per potenziali sorprese.
Impeccabile, in particolare, il lavoro svolto sulla selezione documentaristica, che anno dopo anno si riconferma un valore aggiunto dell’ecosistema fuori concorso. A questo proposito, uno dei titoli salienti è senza dubbio il secondo capitolo della saga di My Undesirable Friends, con cui Julia Loktev racconta le vite di un gruppo di giornaliste russe che si rifiutano di piegarsi alla censura; dopo che tutto è iniziato con Last Air in Moscow, vincitore della categoria non-fiction ai principali circoli dei critici statunitensi, in questo Exile seguiremo le stesse eroine in giro per il mondo successivamente alla loro fuga. Noi di CineClandestino non ci faremo certo spaventare dalla durata di quasi sei ore, ostacolo che sembra essere comune a diversi film quest’anno, tra cui il fluviale Joie de Vivre di Luca Guadagnino, che racconta in un saggio di oltre sette ore il suo rapporto con la filmografia di Bernardo Bertolucci.
Bertolucci ci offre un ponte per parlare delle quote italiane di questa edizione, essendo The Echo Chamber di Andrea Pallaoro basato sulla sua ultima sceneggiatura mai adattata per lo schermo. A ringalluzzire l’entusiasmo del pubblico nostrano arriva in soccorso anche il ritorno di Nanni Moretti, che mancava in Concorso dal lontano 1989. Il suo Succederà questa notte, definito come un progetto romantico che si discosta dallo stile a cui il regista ci ha abituato, rappresenta il primo segno di pace avanzato nei confronti della Mostra da quando Palombella rossa è stato rifiutato quel fatidico anno, trovandosi costretto a ripiegare sulla Settimana della Critica. Chiudono la componente italiana competitiva, come da tradizione composta da cinque titoli, i film di Edoardo De Angelis, Paolo Strippoli e Marco Bechis.
Spostandoci nuovamente Fuori Concorso, questa volta sul fronte lungometraggi di finzione, compare un regista importante che fa sorgere spontanea una domanda: riuscirà Lav Diaz, vincitore in passato del Leone d’Oro, a tornare mai in Concorso? Considerato che persino in un’annata scarica di competizione è stato nuovamente escluso dai giochi, per giunta venendo programmato il penultimo giorno di festival, la risposta è probabilmente no. Ancora più strano quando si considera la durata di “soli” 147 minuti di quest’ultimo Let Us Through, Dear Ancestors, a tutti gli effetti uno dei suoi film più brevi di sempre, e la presenza nel cast di Isabel Sandoval.
I Leoni alla carriera saranno dedicati a George Clooney, l’habitué per eccellenza del festival, e a Ellen Burstyn, che per l’occasione recita nel cortometraggio dal titolo Flesh Impact diretto da Maggie Gyllenhaal, presidentessa di giuria, che mira a celebrare la figura di Marilyn Monroe.

Alessio Vinciguerra

Riepilogo recensioni per sezione dall’83esima Mostra Internazionale D’Arte Cinematografica di Venezia

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