Una grande annata per il cinema di animazione
Ogni anno, a fine giugno, la cittadina alpina francese di Annecy ospita un evento che celebra l’animazione in tutte le sue forme, ricordandoci l’importanza di questo mezzo espressivo eclettico nel contesto di un panorama cinematografico contemporaneo spesso criticato per aver perso colore nella transizione al digitale. Le sponde dello splendido lago di Annecy hanno il “problema” opposto: a venire selezionati sono alcuni tra i film più vibranti e originali dell’anno, tra anteprime mondiali e storie che puntano a consolidare la loro presenza nel circuito festivaliero. Annecy International Animation Film Festival non è solo una miniera d’oro per i cultori dell’arte animata, ma anche una tappa obbligata per i professionisti del settore che partono alla volta del Mifa, il principale mercato dedicato all’industria dell’animazione che corre parallelamente al festival: per l’occasione, quest’anno sono state proiettate a porte chiuse le versioni incomplete di alcuni titoli di alto profilo che ci attendono nei prossimi mesi, tra cui il promettente Wildwood di Laika Studios, l’attesissimo nuovo film di Brad Bird per Netflix intitolato Ray Gun, il film di Disney Hexed e Forgotten Island per Dreamworks. L’analisi di oggi, tuttavia, si concentrerà sul presente, nel tentativo di documentare i titoli della 50esima edizione di Annecy (dal 21 al 27 giugno 2026) che si sono maggiormente distinti. Per quanto riguarda i lungometraggi, l’anima del festival di Annecy è composta da progetti che sono già stati inquadrati dal pubblico internazionale a Cannes, occasione in cui noi di CineClandestino abbiamo potuto constatare in prima persona che si prospetta un’annata particolarmente florida sul fronte dell’animazione. L’aspetto più rassicurante, al di là del sorprendente livello tecnico, è il desiderio di questi progetti di parlare apertamente anche a un pubblico adulto, non accontentandosi di poter essere collateralmente apprezzabili dai genitori che accompagnano i figli in sala. Storie dal grande spessore emotivo in grado tanto di commuovere quanto di dialogare con l’attualità, tra lutti che costringono a crescere e sottotesti queer.
Il Concorso
Come ogni festival europeo che si rispetti, Annecy prevede un concorso: gli undici titoli selezionati quest’anno, di cui solo tre anteprime mondiali, si sono dati battaglia per il prestigioso Crystal Globe, assegnato da una giuria composta da tre professionisti del settore, incaricata di annunciare in aggiunta solamente il Prix du Jury — a tutti gli effetti il secondo posto. A portarsi a casa il primo premio è stato — a sorpresa, basandosi sulle recensioni poco entusiaste — The Violinist, una storia di musica e amicizia ambientata nella Singapore degli anni Trenta. Eppure quest’anno il pre-annunciato braccio di ferro per la vittoria sembrava essere tra Tangles e Iron Boy, usciti a testa alta e criticamente immacolati dal 79º Festival di Cannes. Tra i produttori e i doppiatori di Tangles saltano all’occhio i nomi di Seth Rogen, Julia Louis-Dreyfus e Bryan Cranston: il forte valore commerciale che ne consegue non lascia dubbi sui motivi dietro l’assenza di distribuzione di questo titolo, per cui nessuno studio si è ancora convinto a prendere il rischio. Il film si è infatti conquistato l’etichetta “R” secondo le linee guida della Motion Picture Association (MPA), e la sua visione è essenzialmente vietata ai minori di 17 anni non accompagnati. Tangles è la trasposizione animata dell’omonima autobiografia a fumetti di Sarah Leavitt, affidata alla regista e sceneggiatrice canadese Leah Nelson. Il film segue un periodo difficile nella vita di una giovane donna, a cui l’Alzheimer sta lentamente portando via la personalità forte e vivace della madre, per lei da sempre un punto di riferimento. Nel suo processo di accettazione di una diagnosi che scatena inevitabilmente un lutto prematuro, dovrà fare ritorno alla casa dove è cresciuta per gestire in famiglia questa nuova responsabilità. Il punto di forza di Tangles, oltre alla totale assenza di pietismo, è come riesca al contempo a raccontare altri aspetti della vita privata di una protagonista radicata in un forte realismo, senza che nessun filone prenda il sopravvento sulla narrazione. Ricollegandoci al discorso dell’animazione per adulti, come non provare ammirazione per un film che non ha paura di urlare a squarciagola un catartico “F*ck you god!” in faccia alle sventure. È esattamente di questa ardente passione quello di cui questo genere ha bisogno, e la speranza è che Tangles, tornato a casa a mani vuote, possa comunque restare a galla nella spietata corsa alla candidatura agli Oscar, incentivando la produzione di materiale altrettanto audace in futuro.
Il premio della giuria e il premio del pubblico sono andati entrambi ad Iron Boy (Le Corset) di Louis Clichy, che dopo essersi già distinto nella sezione Un Certain Regard del Festival di Cannes si consolida come l’attuale fiore all’occhiello dei francesi, degno successore di Arco e La Piccola Amelie. Il film è già stato acquisito da Sony Pictures Classic per la distribuzione nord americana, pronti a spianare la strada verso il successo di questa semplice storia di formazione dall’ambientazione frugale. Il protagonista è Christophe, un bambino di 10 anni dalla postura pendente, solito a collassare di lato all’improvviso. Per correggere questo difetto posturale debilitante, che porta il severo padre a provare risentimento nei suoi confronti, gli viene prescritto di indossare un tutore correttivo a tempo indeterminato. Questo presidio è destinato a stravolgere le sue abitudini, portandolo a scoprire una nuova passione e a stringere un rapporto di amicizia (o forse di più?) che risulterà fondamentale per la sua crescita.
Seguendo la storica vittoria sul palco dell’Academy di Flow, che ad Annecy era stato il recipiente proprio degli stessi premi conquistati da Iron Boy, non possiamo che aspettarci grandi cose da questo gioiellino che prende vita grazie a vibranti pennellate nostalgiche, e in cui non manca un pizzico di fantasia.
Gli altri titoli in concorso
Ci sarebbero stati i presupposti per premiare anche We Are Aliens, l’intenso spaccato di una complicata amicizia d’infanzia che genera conflitti destinati a riverberare nell’età adulta. Un anime di formazione ricco di prese di posizioni registiche forti, eloquente su tematiche come bullismo e inaffidabilità della memoria, ma soprattutto interessato a farci realizzare retroattivamente quanto essere bambini rappresenti una sfida insormontabile. Grazie ad Annecy è sbarcato in Europa anche Nobody, reduce dal successo dirompente al botteghino che lo ha incoronato come titolo 2D più redditizio della storia cinese. A competere c’erano anche nomi del calibro di Sebastien Laudenbach, regista di Linda e il Pollo, che con il suo Viva Carmen aveva già impreziosito il programma della recente Quinzaine des Cineastes, sempre avvalendosi dello stile unico che in passato gli è valso dei premi proprio ad Annecy.
Controcampo
Completa il quadro competitivo del festival la sezione secondaria “Controcampo”, dove si collocano i titoli più sperimentali e a basso budget. A trionfare in questa nicchia sono stati due film che abbiamo avuto il piacere di recensire tra Berlino e Cannes: Blaise, vincitore del primo premio, e A New Dawn, che segue a ruota con il solito premio della giuria. Risultato che è una dichiarazione eloquente relativamente alla volontà di non prendere in considerazione solamente la pura tecnica quando si è chiamati a giudicare questa eclettica forma d’arte, aspetto su cui altrimenti il debutto di Yoshitoshi Shinomiya — collaboratore di lunga data di Makoto Shinkai — avrebbe sbaragliato la concorrenza senza problemi. La trama di A New Dawn, dopotutto, ruota interamente attorno a un leggendario fuoco d’artificio di cui si sono perse le tracce, e il film appare come un mero pretesto cinematografico per inscenare uno spettacolo pirotecnico che mettesse alla prova gli animatori. Nel suo climax, Shinomiya inscena davvero quella che potremmo considerare l’esplosione più ambiziosa della storia del cinema, da sola in grado di giustificare il prezzo del biglietto. Nonostante sia penalizzato da una narrazione eccessivamente frammentata, tanto da risultare ostile allo spettatore, A New Dawn merita di venire inseguito in quanto nobile promessa di riconnettersi ad eredità familiari dimenticate, di risanare vecchi legami di amicizia e di interrogarsi sull’impatto dell’espansione urbana. Per fortuna non bisognerà attendere a lungo: il film uscirà nelle sale italiane il 23 luglio 2026 (purtroppo, nella limitante formula di tre giorni tanto cara ai distributori di anime).
Annecy Presents
Fuori concorso, precisamente nell’anfratto rappresentato da Annecy Presents, si nasconde la nuova produzione di Cartoon Saloon, studio irlandese che è ormai una vera e propria istituzione nel mondo dell’animazione, avendoci regalato in passato film come Wolfwalkers e Song of the Sea. La loro storia con il festival di Annecy è data dalla partecipazione in concorso di The Breadwinners e The Secret of Kells, motivo per il quale la collocazione di Julian in una sezione minore fa sorgere il dubbio che l’apprezzamento da parte del comitato di selezione sia stato solamente relativo — così come non rappresenta un segnale positivo l’aver ceduto il corrispondente premio del pubblico a Brave Cat, un titolo dal profilo decisamente inferiore. Eppure, a giudicare dal responso entusiasta del ridotto contingente critico che lo ha recensito, questo esercizio di rappresentazione non sembra aver deluso le aspettative. Un dato che evidenzia come il pubblico stia — comprensibilmente — attraversando una fase di disperato bisogno di storie che favoriscono l’esplorazione dell’identità e dell’eredità culturale, tanto che basta qualche colore sgargiante ad annebbiare la vista. Julian, l’eponimo protagonista di questa storia di formazione, viene accompagnato dal padre a casa della nonna che non ha mai conosciuto — la sua abuela — pronto a passare un’estate metropolitana all’insegna della scoperta. Le novità di New York e i segreti della nonna accendono la sua immaginazione, e il bambino si ritrova presto a fantasticare di prendere parte alla tradizionale parata estiva del quartiere a tema sirene. Navigando nuove amicizie e un rapporto inizialmente conflittuale con la nonna, Julian approfondirà il legame con le sue radici e imparerà a sentirsi libero. Non è assolutamente un brutto film, né dal punto di vista tecnico né da quello narrativo, ma non rende giustizia all’amore che la regista Louise Bagnall ha riversato in questo progetto profondamente personale, fin troppo convenzionale per tenere il passo con i grandi titoli di questa edizione.
Alessio Vinciguerra









