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Blaise

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VOTO: 5

La granata di Chechov

Il Festival di Cannes vanta l’inclusone di tre sezioni indipendenti all’interno del suo prestigioso ecosistema. Con la maggior parte dei riflettori puntati su Quinzaine des Cineastes — spesso il rifugio di registi affermati che sentono la necessità di tornare a sperimentare — e sui debutti della Semaine de la Critique, la selezione di ACID finisce per rappresentare l’anfratto più oscuro dell’intero evento. Questo, nemmeno a dirlo, non significa che non valga la pena esplorarlo: solamente l’anno scorso, ACID ha fornito un palco a Put Your Soul on Your Hand and Walk, documentario che ha dato voce alla fotografa palestinese Fatima Hassouna, tragicamente rimasta vittima di un bombardamento poco prima dell’anteprima.
Nella 79esima edizione della kermesse francese è Blaise a spiccare come uno dei titoli più intriganti del loro programma, una satira socio-politica dallo stile di animazione funzionalmente grottesco. A compensare il posizionamento nella nicchia di ACID, viene infatti in soccorso la presenza nascosta di Lea Drucker — già protagonista in concorso grazie a La vie d’un Femme di Charline Bourgeois Tacquet — che presta la voce alla madre di Blaise, l’adolescente pacamente tormentato che battezza il film. Per l’attrice, che abbiamo recentemente riscoperto nelle sale italiane con Dossier 137, non è la prima esperienza in sala di doppiaggio, avendo partecipato allo splendido Mars Express, in concorso ad Un Certain Regard a Cannes 2023. Al suo fianco, Jacques Gamblin nei panni del padre di Blaise. Ma è davvero la storia di Blaise, come suggerisce il titolo? Il decisamente più pertinente titolo francese — Les Sauvages — si riferisce più in generale al cognome della famiglia che si ritrova al centro di rocambolesche coincidenze e avventure mondane dal discutile realismo, in cui nessun personaggio ha la precedenza sugli altri.
Blaise — il film — è a tutti gli effetti un mosaico corale di vignette comiche, legate tra loro da una sceneggiatura degna della più sfrontata commedia degli equivoci. Tutto ha inizio nell’ufficio dello psicologo scolastico che, preoccupato per il modo in cui Blaise si isola dagli altri ragazzi, ha deciso di convocarne i genitori; ci tiene inoltre a specificare che no, non c’è assolutamente pericolo che la reticenza a socializzare sia la conseguenza di una mente particolarmente dotata. Non passa molto prima che i problemi di Blaise vengano implicitamente inquadrati come il risultato dell’influenza nevrotica dei genitori, in particolare del padre, che monopolizza l’attenzione della psicologa per sproloquiare delle sue insicurezze. Il cuore romantico e rivoltoso della storia è però il rapporto tra Blaise e Josephine: i due ragazzi si conoscono a una festa a cui non avevano in programma di partecipare, ma in cui sono finiti lo stesso poiché la loro solitudine faceva pena a qualcuno. Blaise è stato incapace di rifiutare l’insistenza della vicina di casa, che ha obbligato la figlia a portarlo con lei, mentre Josephine è al seguito della governante del padre, che vanta un curriculum sociale migliore del suo. La serata è il ricettacolo tematico del film sotto mentite spoglie. Blaise si avvale di efficaci monosillabi di assenso per navigare le discussioni politiche fomentate da un ragazzo (fin troppo) orgoglioso della sua vena attivista. Per avere un’idea chiara sulla direzione che prenderà la storia vi basti sapere che, per sua gentile concessione, entro fine serata un personaggio andrà a casa con una granata in borsa.
Ma Blaise è prima di tutto un film sull’incomunicabilità, che racconta di un periodo storico in cui le aspettative dominano le interazioni sociali. Sono diversi i momenti in cui l’equazione che mette in relazione il quantitativo di parole usate dai personaggi con l’effettiva comprensione è completamente sbilanciata. Il problema è la mancanza di un solido fulcro tematico, una tesi che conferisca sostanza a un prodotto che, in sua assenza, viene vissuto solamente come un assemblaggio di barzellette più o meno efficaci ambientate nello stesso universo. Il sottotesto politico è interessante, ma essendo solamente abbozzato finisce per venire frainteso come il semplice sfondo di un palcoscenico interessato unicamente a divertire, nel contesto di uno spettacolo che desidera per se stesso un’identità intellettuale, ma che assomiglia di più all’episodio di una sit-com. L’incalzante colonna sonora jazz si sposa bene con la nevrosi che permea la sceneggiatura, e finisce per inghiottire i personaggi fino a soffocarli. Il risultato è un po’ Bojack Horseman, un po’ Soliti Idioti; ricordate i loro zaini sproporzionati? Ecco, qui sono nasi e capelli svolgere la stessa funzione. Tuttavia, è rigenerante assistere a una catena di eventi improbabili che si innescano a vicenda senza troppe cerimonie, in un film di soli 80 minuti che non si preoccupa troppo di costruire le fondamenta per la credibilità.

Alessio Vinciguerra

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