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Il bene comune

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VOTO: 5,5

Come alberi al sole

Certi amori non finiscono, fanno dei giri immensi e poi ritornano” è un celebre verso della canzone Amici mai di Antonello Venditti. La frase descrive legami indissolubili che, nonostante separazioni o lunghi percorsi, si riallacciano. Nel caso di Rocco Papaleo quello con le sue radici non è mai venuto meno, anche quando le storie che ha deciso di raccontare da regista lo hanno portato al di fuori dei confini della Basilicata come avvenuto ad esempio per Onda su onda, Una piccola impresa meridionale e Scordato. Dopo avere girovagato, cinematograficamente parlando per l’artista di Lauria era però giunto il momento di rimettere piede nella e sulla terra natia, laddove è ambientata gran parte (salvo un’incursione in terra calabra nella zona di Diamante) della sua quinta fatica dietro la macchina da presa dal titolo Il bene comune, in uscita nelle sale a partire dal 12 marzo 2026 con PiperFilm.
Di anni ne sono trascorsi sedici dall’esordio con Basilicata coast to coast, vero e proprio atto d’amore per la sua terra d’origine percorsa in lungo e in largo con una commedia musicale on the road nel quale oltre a dirigere interpretava il frontman di una piccola band fondata a Maratea con alcuni amici alle prese con il sogno di partecipare al festival nazionale del teatro-canzone di Scanzano Jonico e per farlo decideranno di attraversare a piedi la regione dalla costa tirrenica a quella ionica. Svestiti i panni del canzoniere viandante, Papaleo stavolta indossa quelli di una guida turistica che insieme a un’attrice di “insuccesso” accompagnano quattro detenute sul massiccio del Pollino, alla ricerca del secolare Pino Loricato, simbolo di resilienza. Il cammino diventa presto un viaggio di trasformazione, fatto di incontri e cambiamenti, scandito da una musica che prende forma passo dopo passo, fino a diventare una voce collettiva capace di tenere insieme corpi, emozioni e storie diverse. In una natura dura e bellissima, attraversata da una solidarietà inattesa, emergono frammenti di vite complesse, ferite ancora aperte e il bisogno profondo di essere viste e ascoltate. Parlare, cantare, dare un nome a ciò che si è vissuto diventa un modo per sciogliere tensioni e ritrovare un senso di appartenenza, almeno finché un evento improvviso non rimette tutto in discussione. Perché, a volte, raccontarsi è già un primo passo verso qualcosa di più grande.
Ne Il bene comune ritroviamo lo stesso spirito da road movie con il viaggio che, alla pari della pellicola del 2010, non è solo un esercizio di gambe e di fiato, bensì un’occasione per parlare di seconde possibilità, resilienza, emancipazione e guarigione. Tematiche, queste, che entrano e alimentano il tessuto narrativo e drammaturgico di una storia di donne in cammino, alla scoperta di un albero secolare e di un legame speciale, ma anche un’escursione dell’anima, tra i crepacci di ferite difficili da ricucire. Con un altro elemento per lui imprescindibile, ossia la musica, Papaleo a ritmo di una jazz session dalla cronologia non lineare e dai risvolti imprevedibili racconta di rinascita e sopravvivenza, facendo della resistenza di un pino secolare abituato ad esistere in condizioni morfologiche e climatiche estreme una metafora per affrontare i temi universali di cui sopra.
Aiutato da un gruppo ben assortito di attrici (Claudia Pandolfi, Teresa Saponangelo, Vanessa Scalera, Rosanna Sparapano e Livia Ferri), il film riesce a trovare il modo di emozionare (vedi la scena finale sulla spiaggia oppure quella della crisi anafilattica), ma sono tracce lasciate qua e là sullo schermo capaci di lasciare qualcosa nel fruitore di turno. Tracce che non sono però sufficienti a sottrarre l’esito da quelle sabbie mobili di ripetitività in cui anche il Papaleo regista è stato risucchiato. La scrittura de Il bene comune e la conseguente messa in quadro ripropongono dinamiche e ingredienti di una ricetta intorno alla quale il cinema, i plot e i personaggi che nascono dalla sua mente, ritornano ciclicamente, passando attraverso varianti che rimescolano solamente le carte in tavola. Il ripetersi seguendo schemi ed elementi già utilizzati ne fa il tallone d’Achille di quest’opera che vuoi o non vuoi altro non è che l’involuzione e la copia conforme di Basilicata coast to coast.

Francesco Del Grosso

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