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I Peccatori

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VOTO: 6,5

Accendi un Diavolo in noi

Dopo Black Panther e Creed prosegue il sodalizio tra Ryan Coogler e Michael B. Jordan, con il regista candidato all’Oscar® e l’attore californiano che sono tornati a collaborare in un nuovo film battezzato I Peccatori (Sinners), distribuito nelle sale italiane dal 17 aprile 2025 da Warner Bros. Pictures. Per l’occasione Jordan si è addirittura sdoppiato in due per interpretare i gemelli Smoke e Stack (come il Tom Hardy di Legend), due fratelli che pur di lasciare il Mississippi hanno affrontato le trincee europee della Grande Guerra e hanno cercato di farsi strada nella malavita di Chicago. Tornati nella regione natia con un discreto bottino e con abbondanti alcolici, comprano da un uomo – sospettato di far parte del klan – un edificio che vogliono trasformare in un locale di musica e gioco per la popolazione nera della zona. Si affidano al cugino Sammie, un prodigio con la chitarra, inoltre reclutano il musicista Delta Slim e trovano l’aiuto anche di alcuni immigrati cinesi. La festa notturna innesca una gioia contagiosa, ma presto si avvicinano tre bianchi che chiedono di poter entrare in modo molto insistente. Sarà presto chiaro che i tre non sono quello che sembrano.
Le lancette dell’orologio ci riportano dunque nel Mississippi segregazionista degli anni Trenta, con i “peccatori” del titolo che altro non sono che gli afroamericani schiavizzati nelle piantagioni di cotone, vittime delle persecuzione razziali del Ku Klux Klan e della miseria, che si oppongono a una chiesa che li vuole castigati e obbedienti, docili come piace ai padroni delle terre ai tempi delle leggi “Jim Crow”. Ed a tutto questo che si ribellano con un grido di ribellione che si traduce nella gioia di “peccare” attraverso il ballo sfrenato e il canto liberatorio in luoghi come il juke joint ricavato in una vecchia segheria dai protagonisti. Ed è sempre in questo luogo di “perdizione” che va in scena una blues-folk-rock opera che slitta improvvisamente, ma non inaspettatamente, verso l’horror e l’azione. Se a una prima corposa parte che somiglia a un gangster movie scanzonato, aperto alla commedia e pure a un pizzico di romanticismo, attento alla descrizione del sud e della comunità nera, che in un’orgia danzeresca e canora tra balordi, eccessi e piaceri se non fossimo nel Mississippi invece che a Hollywood sembrerebbe il Babylon di Chazelle, segue una seconda che si tramuta in un autentico bagno di sangue. La svolta e la conseguente mutazione di generi è al contempo la salvezza e la croce del progetto. Nel mezzo c’è infatti da una parte l’ardire di mescolare senza soluzione di continuità ingredienti diversi per dare vita a un cocktail dal gusto esplosivo, ma dall’altra la pigrizia nel gettare in un pentolone tutti gli stilemi e le dinamiche dei filoni chiamati in causa fino a ottenere un minestrone dal sapore conosciuto e poco originale.
Al netto di un susseguirsi di sequenze tra l’adrenalinico e il ritmicamente impattante (grazie al montaggio e alla colonna sonora di Ludwig Göransson), in cui trovano spazio anche parantesi musical ben coreografate che crescono in tal senso di efficacia mano a mano che si ci avvicina al cambio di passo e di genere, ci sono di contro una serie di reference e analogie che ne svelano la natura derivativa: dal cinema di Carpenter in modalità home-invasion alle similitudini piuttosto marcate con Dal tramonto all’alba. Queste depotenzializzano un prodotto che riesce tuttavia a mantenersi a galla sulla soglia della sufficienza grazie alla confezione e alla suddetta mutazione.

Francesco Del Grosso

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