Vae victis
Tra le opere cinematografiche più apprezzate all’ultima edizione del Festa del Cinema di Roma vi è stato senz’altro Land of Mine del cineasta danese Martin Zandviet, che in patria si è fatto strada con disinvoltura ed evidenziando un certo eclettismo, passando cioè dall’attività di scrittura al montaggio di apprezzati documentari, per approdare poi alla regia di lungometraggi di finzione. Come quest’ultimo, che a livello di costruzione dei personaggi potrà anche avere qualche limite, qualche tipizzazione un po’ forzata, ma che per il resto si appoggia a sequenze di straordinaria tensione emotiva e all’approccio schietto, non banale, ad argomenti indubbiamente difficili, delicati.
Nello scenario post-bellico che fa da cornice al racconto è infatti una questione etica non indifferente, ossia l’atteggiamento dei vincitori nei confronti dei vinti, a balzare in primo piano. Soprattutto quando quei vinti sono coloro che avevano combattuto nell’esercito tedesco, macchiatosi sotto il nazismo di azioni spregevoli e di una condotta bellica foriera di innumerevoli orrori. Ma può un ragazzino di 15, 16 o al massimo 18 anni, arruolato nelle ultime disperate fasi della Seconda Guerra Mondiale, farsi carico di quella pesante eredità, fino ad assumersi da prigioniero il rischio di una morte assurda, crudele?
Sta di fatto che nel costruire il famigerato Vallo Atlantico, ampio sistema di difesa costiera dislocato lungo le coste scandinave e dell’Europa continentale, i nazisti ebbero la malaugurata idea di piazzare nelle spiagge della sola Danimarca un numero spropositato di mine. Così, per ovviare a un problema concreto, reale, le autorità militari danesi e britanniche reagirono al termine del conflitto con dichiarato cinismo, ossia decidendo che sarebbero stati proprio i prigionieri tedeschi, dopo un breve e approssimativo addestramento, a sminare ogni centimetro di spiaggia. Tutto ciò aggirando in modo cavilloso e astuto quelle restrizioni che una corretta applicazione della Convenzione di Ginevra avrebbe comportato. Il dramma è che tra gli sconfitti molti non erano fanatici combattenti delle SS, ma semplici appartenenti al cosiddetto Volkssturm, una milizia nazionale istituita nell’ultimo periodo di guerra da Hitler stesso, impiegando coloro che non erano ancora al servizio delle forze armate. Alcuni anziani, ed altri giovanissimi. Poteva perciò capitare che si mandasse a combattere un ragazzino di 13 anni…
Per quanto il numero esatto dei prigionieri morti disinnescando le mine sia difficilissimo da stabilire, visto il caos che regnava, si valuta che almeno 2600 militari tedeschi siano stati impiegati in quella operazione e che circa la metà sia rimasta uccisa o gravemente mutilata. Tornando all’aspetto prettamente filmico, Land of Mine ha innanzitutto il merito di rapportarsi a quel contesto drammatico traducendone la follia, l’esasperazione, le crudeli conseguenze, in un crescendo di suspance che attraversa ogni inquadratura. Le operazioni di sminamento sono portate quindi sullo schermo con una certa maestria cinematografica. Riguardo invece all’alternarsi di arroganza, sadismo e piccoli, quasi inaspettati gesti di “pietas”, da parte degli ufficiali alleati, la trama non brilla oggettivamente per coerenza. In particolare la figura così centrale del Sergente Rasmussen (un magnetico Roland Møller), con il continuo mutare attitudine verso i giovani prigionieri, rischia di apparire eccessivamente ondivaga, per non dire schizofrenica. Ma nel complesso quel ruvido, ambiguo rapporto che viene a delinearsi tra ufficiali alleati e prigionieri di guerra rivela un giusto grado di accuratezza storica, la cui problematicità si manifesta a livello etico nell’intrecciarsi di atteggiamenti crudamente revanscisti e gesti di umanità.
Stefano Coccia









