800 Eroi

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7.0 Awesome
  • voto 7

Resistenza ad oltranza

Praticamente impossibile attendersi, da un kolossal bellico di produzione orientale, una qualche riflessione approfondita sulla fenomenologia della guerra osservata da un punto di vista antropologico o filosofico. Meglio rassegnarsi subito, cercando di osservare il film da una prospettiva squisitamente formale. Ecco allora che emergono con chiarezza i pregi di questo 800 Eroi, lungometraggio che fa della retorica spettacolare il proprio punto di forza. Al regista Hu Guan interessa solo una cosa: enfatizzare il coraggio di combattere per la propria patria e, attraverso tale espediente narrativo, fornire di ritmo incessante un’opera che si apparenta in senso stretto ad altri epigoni occidentali come ad esempio 300 di Zack Snyder (2007). La messa in scena di un’autentica “estetica” del sacrificio umano in nome della bandiera di appartenenza, insomma. Anche in senso letterale e fisico, come potranno prima constatare gli spettatori del Far East Film Festival 2021 – dove 800 Eroi è il primissimo film del ricchissimo programma – poi quelli delle sale italiane, in cui il lungometraggio uscirà il 25 giugno distribuito da Notorious Pictures.
Shanghai, 1937. L’avanzata dell’esercito imperiale giapponese, in virtù dell’enorme potenza di mezzi dispiegata, pare inarrestabile. La ritirata delle forze cinesi appare dunque inevitabile. Eccezion fatta per un manipolo di ottocento coraggiosi – numero destinato a ridursi inesorabilmente nel corso del film – che rifiutano di abbandonare un grande deposito di armi da loro presidiato nel cuore della città. 800 Eroi rievoca, con tanto di inserimento di finte immagini di repertorio in bianco e nero, una storia di dedizione condotta sino alle più estreme conseguenze.
Il blockbuster diretto da Hu Guan riporta dunque di stretta attualità l’annosa questione se sia possibile conciliare due anime cinematografiche così distinte tra loro come la pura istanza di esibizione spettacolare oppure l’introspezione dell’intero contesto narrativo, favorendo in tal modo l’empatia del pubblico verso ciò che sta vedendo. Come ovvio 800 Eroi imbocca decisamente la prima strada, inanellando in oltre due ore e mezza di durata una serie pressoché infinita di sacrifici – civili compresi. Istanza che dà vita ad un interessante parallelismo con lo spettatatore cinematografico –  compiuti per la Cina e, in senso lato, per la riaffermazione dell’inderogabile diritto alla libertà. Buoni versus cattivi, come nel cinema dei vecchi tempi, senza possibilità alcuna di sfumature. Come spesso accaduto in opere come queste i “nemici” – nella fattispecie i giapponesi – risultano essere entità pressoché invisibili, sorta di minaccia occulta della quale si percepiscono solamente i letali colpi di arma da fuoco. Una scelta narrativa che, se da un lato favorisce la suspense poiché la morte, per i soldati cinesi, può arrivare in qualsiasi momento, dall’altro penalizza il pathos, dato che tutto avviene ad una velocità decisamente poco consona ad un pubblico occidentale. Un aspetto al quale Hu Guan prova a porre rimedio infarcendo di citazioni di cinema hollywoodiano l’intero svilupparsi di 800 Eroi. Steven Spielberg fa la parte del leone, con i suoi L’impero del sole (1987), Salvate il soldato Ryan (1998) e War Horse (2011) discretamente saccheggiati non solo a livello di costruzione dell’inquadratura.
Tirando dunque le somme l’occhio spettatoriale risulta comunque appagato dal forte, innegabile, senso dello spettacolo che permea il tutto. E anche se 800 Eroi non riesce a compiere quel salto verso le vette rarefatte del capolavoro di genere, sposando – tanto per usare un’espressione tanto elementare quanto usurata – forma e contenuto, nondimeno possiede il merito di consolidare un’idea di cinema spesso vincente al botteghino. Come nel caso, in Cina, di 800 Eroi. In tempi funesti di pandemia confessiamo che un po’ ne sentivamo la mancanza, dei vecchi filmoni realizzati appositamente per il grande schermo. In reverenziale omaggio ad un tempo che fu.

Daniele De Angelis

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