Warrior – La guerra in casa

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8.0 Awesome
  • voto 8

C’è sempre una guerra da combattere

Il mondo della guerra ed il mondo della pace ubbidiscono a leggi diverse. Ciò che nell’uno può essere tragico ma comprensibile nell’altro non trova alcuna comprensione e genera così dolore.
Ma la guerra non genera solo dolore, genera anche senso di colpa. Senso di colpa per essere sopravvissuti, per non avere fatto abbastanza, per non avere impedito agli altri di combattere. Ed il senso di colpa può diventare un motivo per ricominciare a combattere una nuova guerra, solo per potersi emendare.
CC (Dar Salim), il guerriero del titolo, torna alla guerra, questa volta in patria, proprio perché sente di doversi emendare verso la poliziotta Louise (Danica Curcic). Opera che non si basa su di un ritmo serrato ma su di una tensione progressiva che esplode nell’ultimo episodio, Warrior – La guerra in casa si distingue per la raffinatezza con la quale è realizzata. Colpisce la tecnica di ripresa che alterna una camera a mano che pedina da vicino i personaggi e scene di dialogo nelle quali vengono tenuti a fuoco solo i volti, con primissimi piani che li isolano dal contesto e creano un atmosfera quasi di confessione intima, a inquadrature che, improvvisamente, si aprono in un totale e inquadrano i personaggi facendoli apparire piccoli rispetto al paesaggio urbano, come a volerli schiacciare e perdere all’interno di qualcosa più grande di loro. Non resta poi inosservato l’uso della luce. Si passa da una luce livida ed artificiale ad una calda e naturale. Ed è interessante notare come la luce artificiale illumini soprattutto le scene di conflitto e la luce naturale illumini soprattutto le scene di pace.
È certo un’opera di genere migliore e più intelligente di opere simili che ci arrivano, per esempio, dall’America. L’attenzione all’interiorità è più marcata eppure meno votata al melodramma che in prodotti similari americani e inglesi. Il mondo interiore è visto con quel particolare occhio quasi documentaristico che ritroviamo in tante opere del nord Europa.
Personalmente riporta alla mente il film, sempre danese, The Guilty, passato non inosservato al Torino Film Festival 2018, come pure i libri di Jussi Adler-Olsen. Questa particolare attenzione all’interiorità dei personaggi, aiuta a comprendere come il vero nucleo narrativo della serie non sia l’intreccio poliziesco quanto il senso di colpa e come esso influenzi l’agire delle persone. In quest’ottica si può vedere la vicenda del protagonista CC come una penitenza per espiare le proprie mancanze e trovare così sollievo al proprio senso di colpa. Sempre in quest’ottica appare interessante pure l’ambiguità morale che porta Louise a rivestire il doppio ruolo di vittima e carnefice, compresa com’è nello stesso oscuro vortice morale di CC. A queste anime perse danno efficacemente corpo i due interpreti che si distinguono in un cast pure di livello. Opera di valore Warrior contribuisce all’interesse per le produzioni, che siano cinema, tv o letteratura, della Danimarca, paese piccolo ma ricco di talento.

Luca Bovio

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