Adottare una bimba, adottare un punto di vista
“Vittoria” di nome e di fatto, a Gorizia, per il lungometraggio proiettato il 22 luglio a fine serata, nella splendida cornice del Parco Coronini Cronberg.
La giuria del Premio Amidei 2025 ha deciso infatti di assegnare il riconoscimento alla migliore sceneggiatura al lungometraggio italiano Vittoria, diretto da Alessandro Cassigoli e Casey Kauffman. «È noto che non c’è niente di più difficile che rendere verosimile ciò che è vero» scrivono nella motivazione i giurati, «Questo film lo fa e alza la sfida dal momento che mette in scena i non attori ma i veri protagonisti della vicenda narrata. Un premio quindi al coraggio degli autori che è il coraggio della loro protagonista, una donna che caparbiamente, contro tutto e tutti, sceglie di inseguire un sogno. Intorno a lei un mondo fatto di personaggi pieni di umanità che riescono a rendere universale una questione privata – la storia di un’adozione e del viaggio di una famiglia da Torre Annunziata alla Bielorussia – attraverso una scrittura asciutta, autentica ed emozionante. Una narrazione vera, mai compiaciuta, che commuove senza mai cercare la commozione.»
Un riconoscimento non da poco, se si considera che tale concorso vedeva in lizza quest’anno piccoli capolavori come Le Déluge – Gli ultimi giorni di Maria Antonietta, La gazza ladra e Bird, altrettanto meritevoli a nostro avviso di essere premiati.
I giurati hanno voluto invece porre in evidenza la qualità del lavoro che il cineasta italiano Alessandro Cassigoli e il giornalista americano Casey Kauffman stanno portando avanti, ormai da diversi anni, a ridosso di ciò che viene sovente definito “cinema del reale”. Vittoria (2024) compone del resto assieme ai precedenti Californie (2021) e Butterfly (2018) un’ideale trilogia. Ma è anche il film in cui i co-registi hanno alzato ulteriormente l’asticella, spingendo la contaminazione tra gli eventi reali e la loro messa in scena verso esiti, in un certo senso, paradossali. Volendo giocare con le parole, qui si parla di adozioni, ma lo si fa adottando un punto di vista inedito e anche piuttosto rischioso, dal punto di vista della rappresentazione cinematografica.
La coppia protagonista, Jasmine e il marito, interpreta difatti sullo schermo un fatto realmente accaduto loro, ovvero l’adozione di una bambina (che si sarebbe così aggiunta a tre figli maschi) fortemente voluta dalla donna e inseguita con crescenti difficoltà per anni, fino a un provvidenziale viaggio a Minsk. Sin dalla prima scena coi tarocchi si rimane colpiti dalla semplicità d’animo dei due e della loro cerchia familiare, restando così “invischiati” da spettatori in un spaccato antropologico di Torre Annunziata che non è mai urlato, mai sopra le righe, qualunque “tranche de vie” venga posta di volta in volta sotto i riflettori. Tra i più delicati equilibri da preservare in famiglia e scelte di natura economica da valutare sempre con attenzione, è una supposta “normalità” a fare da collante al racconto. Qualche frangente nella parte mediana della narrazione può persino apparire un po’ troppo statico e ripetitivo. Ma si impara così a conoscere meglio i personaggi, le loro aspirazioni, le loro piccole frustrazioni e le loro non sempre agevoli relazioni interpersonali. Sarà in ogni caso l’incontro con la bambina in Bielorussia a cambiare tutto, dando vita peraltro a scene che toccano il cuore senza mai ricorrere a forzature psicologiche e scorciatoie emotive.
Stefano Coccia









