Per fortuna c’è una ladra in famiglia
Cinema in scioltezza forse, ma sempre di gran classe. Anche quando la trama ricorda da vicino una delle famigerate soap opera sudamericane degli anni ottanta. Poi però si legge il nome del regista, Robert Guédiguian, e ci si ritrova innamorati di tutti i personaggi, persino quelli con una parte minima.
In La pie voleuse (La gazza ladra nella fedele titolazione italiana) c’è una famiglia, anzi più di una. Nella lettura simbolica è la famiglia allargata appartenente a Robert Guédiguian, autore che ama circondarsi dei soliti interpreti con i quali è abituato a girare. In primis, come ovvio, la moglie Arianne Ascaride. Che nell’occasione veste i panni di Maria, conosciuta ed apprezzata badante di anziani facoltosi nell’incantevole paesino con vista sul mare dove vive. Talvolta disponibile, però, anche a truffarli. Nel nome di un nipotino che ama alla follia e che ritiene un probabile prodigio del pianoforte. Da questi furtarelli si innestano differenti storie sentimentali di amori che nascono e finiscono, qualche volta dolcemente altre con rancore evidente.
Robert Guédiguian ama i personaggi che mette in scena. Perdona gli errori che commettono. Come sempre racconta in punta di cinepresa i conflitti di classe tra ricchi e chi ricco proprio non è. Ma soprattutto mette in scena una sorta di valzer tra rapporti sentimentali ed affetti profondi, dove l’età gioca un ruolo fondamentale. La pie voleuse è un’opera, non la prima nella poetica di Robert Guédiguian, in cui si decanta la saggezza della vecchiaia. Se i giovani son giustamente presi dalla passione carnale, gli anziani guardano tali vicende con disincanto, cercando di agevolare il percorso dei giovani senza colpo ferire. Anche perché hanno vissuto anche loro determinate situazioni. Con grazia e letizia, superando brevi momenti drammatici, il lungometraggio si conclude, lasciando ogni spettatore con la voglia di vedere ancora le acrobazie attoriali dell’intero cast, alle prese con una recitazione soavemente naturalistica tutta tesa a trattenere le emozioni, mai andando nemmeno una volta sopra le righe. Una componente fondamentale per rendere assolutamente credibile un lavoro, come premesso in apertura, che in altre mani sarebbe finito in una farsa seriale. Qui invece diventa anche lo specchio di una società in cui la cosiddetta terza età, da classe emarginata, diverrà forza decisiva nel riaggiustare qualcosa che si è rotto nel corso del tempo. Un gran bel messaggio socio-politico proclamato da un regista collocabile sempre in una posizione di sinistra e comunque delicatamente umanista.
Il film è presentato nella sezione Grand Public della Festa del Cinema di Roma 2024.
Daniele De Angelis









