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I Fantastici Quattro: gli inizi

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VOTO: 7.5

Una agognata ventata di aria fresca per i supereroi al cinema

Nell’universo alternativo della Terra 828, il gruppo di supereroi noto come Fantastici Quattro è il più famoso del mondo. Si tratta del geniale inventore Reed Richards (Pedro Pascal), sua moglie Susan “Sue” Storm (Vanessa Kirby), il fratello di lei Johnny (Joseph Quinn) e il migliore amico di Reed, Ben Grimm (Ebon Moss-Bachrach). I loro poteri si sono manifestati in seguito ad un’ardimentosa missione di conquista dello spazio, dove un’ondata di radiazioni cosmiche ha alterato in modo permanente il DNA degli astronauti: Reed è ora capace di allungare il proprio corpo e i propri arti a piacimento, Sue è in grado di diventare invisibile e di creare campi di forza, Johnny può trasformarsi in una torcia umana e volare e Ben, infine, ha assunto una forza colossale mentre la sua pelle è adesso una corazza di roccia. La loro popolarità è assoluta e la loro leadership guida un pianeta che vive in un periodo storico rispecchiante i nostri anni Sessanta, ma con tanta tecnologia in più dovuta anche alle meravigliose intuizioni di Reed. A coronare l’anniversario del loro festeggiatissimo quarto anno consecutivo di attività, arriva la piacevole notizia della tanto agognata gravidanza di Susan.
Sembra essere il momento migliore di sempre, quando una sera a New York giunge dal cielo una misteriosa surfista volante dalla pelle argentea (Julia Garner) che annuncia la fine imminente per tutti. Il pianeta verrà infatti divorato nel giro di un mese da Galactus (Ralph Ineson), sorta di colossale semidivinità cosmica che viaggia per le galassie alla ricerca di mondi da distruggere al fine di saziare la sua fame infinita. L’unica speranza dell’umanità risiede nei Fantastici Quattro che, senza esitazione, iniziano ad approntare una missione con la quale, a bordo della loro avanzatissima astronave, intendono affrontare Galactus prima del suo fatale arrivo. Si tratta della loro missione più audace in cui, oltre alla pericolosità dell’avversario, emerge anche una sconcertante rivelazione riguardante il figlio che Reed e Sue stanno aspettando. E’ solo l’inizio di uno scontro la cui posta in gioco sta per raddoppiare.
Su questa pellicola affidata alla regia di Matt Shakman, com’è noto, si appuntano tante speranze: da anni, da quando cioè è uscito Avengers: Endgame (2019), i Marvel Studios non hanno più ottenuto un successo degno di nota, sfornando film e serie televisive che in (pochi) casi hanno avuto risultati tutt’al più mediocri e in (molti) casi risultati pessimi se non disastrosi. Certo, nel frattempo ci sono stati anche Spiderman, No Way Home (2021) e Deadpool & Wolverine (2024), ma si tratta di personaggi la cui originale incarnazione cinematografica si deve rispettivamente alla Columbia e alla 20th Century Fox (quest’ultima acquistata da Disney nel 2019). E fanno comunque parte della confusa narrazione che ruota attorno al cosiddetto “multiverso”, ovvero quella serie di realtà parallele in cui convivono tante versioni diverse della Terra e dei suoi supereroi. Al caos generato dal “multiverso” si è aggiunta ad ogni modo una generale pochezza di idee, con storie sciatte che più che raccontare cercavano di gettare sul grande schermo una ridda di personaggi meno conosciuti al grande pubblico e oltretutto stravolti da un sottotesto politico stucchevole. A quest’ultimo difetto non è del tutto immune neanche I Fantastici Quattro; gli inizi, ma quantomeno si tratta di dettagli immersi nella narrazione e non di palesi messaggi propagandistici che prendono il sopravvento sullo svolgimento della vicenda. Cominciamo proprio da questi allora, e in particolare dal ciò che tanto aveva disturbato i fans più ortodossi: Silver Surfer non è un uomo, come nella sua versione canonica e più popolare, ma una donna. Il cambiamento, forse stemperato in fase di riscrittura, in realtà non ha un grande impatto sulla trama e, dunque, sembra una scelta dettata più dalla necessità di dover inserire un personaggio femminile in un cast che a qualcuno è sembrato troppo maschile. Non siamo per fortuna di fronte ad una “girl boss” né ad un espediente che, come è avvenuto in passato, era utile ad umiliare qualche figura dall’aria troppo “macho”. Anzi, possiamo quasi dire che è un presupposto per riuscire a dare un’immagine migliore di quel Johnny Storm facilmente relegato nel cliché dello sciocco sciupafemmine che ragiona ben poco in presenza del gentil sesso. L’altro elemento che potrebbe non piacere riguarda invece Reed Richards, notoriamente un leader sicuro di sé e indubbiamente carismatico, considerato una delle menti più brillanti dell’universo fumettistico Marvel. Qui l’arrivo di un figlio lo rende fragile, angosciato, un personaggio quasi costretto a trincerarsi dietro le formule matematiche incessantemente vergate su grandi lavagne, così da trovare un rifugio per le sue paure. La sua logica implacabile sembra perfino portarlo verso una decisione orrenda, una che sta al cuore del dilemma etico del film sul quale invece, senza sorprese, Susan Storm ha le idee molto chiare. Peccato aver calcato la mano su quest’aspetto, perché, almeno a nostro parere, un carattere senza le sue incrollabili certezze è in fin dei conti un buon elemento narrativo e, ad ogni modo, il buon Richards non ne esce poi troppo male. Anzi, avremmo preferito maggiori tormenti esistenziali di fronte al ricatto che Galactus gli pone a sorpresa e in modo crudele: spoiler, come sempre, non ne facciamo ma si tratta di capire quanto si è decisi a sacrificare per il bene comune, fin dove ci si vuole spingere per il prossimo che, stavolta, è costituito dall’intera umanità. Esiste un limite invalicabile anche di fronte al massacro totale della popolazione di un pianeta? Come nel “Superman” di James Gunn, si è scelto di non raccontare da capo le origini dei protagonisti, che si pensano arcinote, e si è passati direttamente ad immergere lo spettatore nella Terra 828 che fa da scenario all’avventura. Anche qui qualcuno può non gradire un approccio del genere, ma almeno ci viene mostrato un riassunto che, pur breve, è sempre meglio della manciata di righe con cui Gunn ha pensato di cavarsela per introdurre il suo Uomo d’Acciaio. E passando alle cose migliori che abbiamo visto, ecco che ci ritroviamo in un mondo sulla cui estetica è stato svolto un lavoro eccezionale: colori vividi, su cui spesso sfoggia un bell’azzurro (un po’ il marchio dei Fantastici Quattro), vestiti, auto e ambientazioni che sembrano usciti da fotografie degli anni Sessanta, un’oggettistica pensata nei minimi dettagli e dal sapore deliziosamente “retro sci-fi”, così tanto dettagliata che certamente servirà una seconda visione per apprezzare tutto. Ai più attenti non sfuggiranno una miriade di riferimenti, dove prendono vita illustrazioni che sessant’anni fa immaginavano il nostro futuro (come i miniscooter dotati di cupolino). Un’autentica gioia per gli occhi che fa perdonare un ritmo non sempre uniforme nella narrazione ma che comunque non rende troppo pesante la durata di quasi due ore. Avremmo voluto vedere qualche interazione in più fra gli eroi che, dettaglio interessante, non hanno ancora i loro nomi da battaglia: Reed non è “Mr. Fantastic” e non si parla mai di “Donna invisibile”, ma vengono chiamati semplicemente Johnny oppure Ben. A questi si aggiunge anche un’altra ottima trovata, cioè la presenza del piccolo aiutante robotico HERBIE, automa creato per la serie a cartoni animati del 1978 (più volte omaggiata, senza dimenticare quella di Hanna e Barbera del 1967), e che ebbe una popolarità tale da vederlo debuttare tra le pagine dei fumetti ufficiali. Galactus ha una potenza scenica mozzafiato e, anche di lui, avremmo voluto vedere qualcosa in più. Questo desiderio di avere “ancora altro” dal film è il primo indicatore che l’esperimento è positivamente riuscito, che l’interesse si è acceso. Sì, forse i migliori tempi della Marvel non torneranno più ma questo è un titolo solido, con un cast quasi perfetto su cui svetta la bravura e il carisma di Vanessa Kirby, una vera e propria ventata di freschezza in un universo cinematografico asfittico e ormai privo di eroi davvero interessanti, che reinventa il suo linguaggio visivo e che cerca di raccontare qualcosa senza perdersi in qualche assurdo predicozzo per gli spettatori che, finalmente, sono liberi di divertirsi.
Speriamo che siano davvero i “primi passi” verso un altro modo di fare cinema e che, soprattutto, non sia ormai troppo tardi per un genere che ha perso tanto del suo fascino.

Massimo Brigandì

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