Vagabonds

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7.0 Awesome
  • VOTO 7

Nomadismo contemporaneo

Sabato 10 aprile, durante la sessione pomeridiana di ÉCU – Festival del Cinema Indipendente Europeo, ci siamo appassionati come non accadeva da tempo, nel seguire le traiettorie dei personaggi rappresentati in Vagabonds. E ciò in parte ci ha anche stupito, perché in fondo il calibrato lungometraggio del francese Philippe Dajoux non ha dalla sua tracce particolarmente innovative, né a livello registico né sul piano squisitamente narrativo. Eppure si ha l’impressione che ogni tessera del mosaico sia al posto giusto, che dal sommarsi delle singole storie esca fuori un affresco vivido, impregnato di tensioni emotive dall’appeal decisamente moderno.

Pure qui il montaggio alternato è la chiave per affrontare destini che a volte si uniscono e a volte no, precarietà esistenziale, inquietudini sparse, cammini che si incrociano per poi separarsi con la stessa apparente levità.
L’intreccio propone a livello diegetico una serie di antinomie, sulle quali far germogliare, seppur attraverso un iter talvolta faticoso, la possibilità dell’incontro. Così è per Jo e Faustine, mosse da reciproca curiosità dopo il casuale contatto avvenuto nel classico non-luogo, il parcheggio di un supermercato meta di diversi sbandati: la prima semi-analfabeta e in possesso solamente di un’auto rotta, l’altra colta e al momento priva di risorse, ma solo perché in fuga dalla propria opulenta famiglia. In parallelo scorre la vicenda di Soha e Anastasia, due giovani senzatetto con alle spalle allucinanti storie di droga, brutalità, soprusi e famiglie difficili.
I traumi del passato e l’incertezza del presente. L’ostilità e la tenerezza. Le amicizie e gli amori. La coralità di Vagabonds è il viatico di un’indagine antropologica schietta, accorata, empatica, senza psicologismi di troppo ad appesantire la visione. E con almeno un momento in cui Philippe Dajoux, il regista, riesce a sublimare il delicato minimalismo dei singoli ritratti, creando a margine del racconto un rispecchiamento potente: parliamo della sequenza in cui alcuni dei protagonisti si recano in pulmino a teatro, trovando insieme nella bellezza e nell’intensità della rappresentazione artistica un incentivo a rimettersi in gioco, così da provare ancora un po’ di fiducia nella vita. E nell’Altro.

Stefano Coccia

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