Ustica

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3.0 Awesome
  • voto 3

Quando un mediocre mestierante vuole fare l’Autore

Con Ustica Renzo Martinelli ha tentato ancora una volta di fare un film di denuncia. E non ci è riuscito neanche stavolta. I suoi goffi tentativi in passato di fare il regista impegnato hanno sempre dato vita a scarsissimi risultati: nel 2003 con Piazza delle Cinque Lune, un film inutile sul sequestro Moro che nulla aggiunge alla già vasta (ed ottima) filmografia sul tema; con Barbarossa nel 2009, film che è diventato ben presto un Manifesto Leghista (la stessa Lega ha fatto molta pressione alla Rai per far finanziare la pellicola, il che già basterebbe a rendere intuibile la qualità dell’opera!), un Braveheart padano imbarazzante colmo di retorica spicciola; e nel 2013 con 11 Settembre 1683, un film che tenta goffamente di riaffermare i valori della cristianità Occidentale (ovviamente contro la bestia nera islamica).
Con il suo ultimo film tenta di fare luce sul disastro aereo del 1980. All’anteprima di Milano c’era lo stesso Martinelli, il quale ha tentato a più riprese di ribadire che la sceneggiatura del film è il frutto di un lavoro di 3 anni ed  «è basata su prove documentali, testimonianze e perizie».
La trama del film è semplice: Il 27 giugno del 1980 un aereo DC9 della compagnia aerea Itavia precipita tra le isole di Ponza ed Ustica causando la morte di 81 persone (di cui 14 bambini). I protagonisti del film sono Roberta Bellodi (interpretata da Caterina Murino) la quale ha perso una figlia che era tra i passeggeri e il deputato calabrese Corrado di Acquaformosa (un imbarazzante Marco Leonardi) il quale fa parte della commissione parlamentare incaricata di far luce sul mistero. Le storie dei due si incroceranno al fine comune della ricerca della verità. Martinelli esclude tutte e tre le ipotesi che sono state fatte finora: una bomba nella toilet dell’aereo, un missile che ha colpito il DC9 per errore, e il cedimento strutturale. E con l’ausilio di ingegneri porta avanti una sua tesi.
Il risultato è che Ustica è un film verboso fino all’inverosimile che – contrariamente al fine ultimo della Settima Arte – non mostra ma si limita banalmente a spiegare. E spiega anche troppo con l’unico risultato di essere fastidiosamente retorico. La recitazione degli attori è penosa, tant’è che sembra di assistere ad una soap opera sudamericana di bassa qualità, ed il doppiaggio è anche peggio. I personaggi del film sono stereotipati e tagliati con l’accetta. L’unico attore che si salva è il veterano Tomas Arana, che riesce a dare energia e convinzione al suo personaggio corrotto.
L’ambientazione anni ’80 è banalotta e poco curata. L’unico particolare al quale Martinelli fa affidamento per dare “autenticità” agli interni è il telefono a disco numerico, che viene inquadrato fin troppe volte nel corso del film.
In molti (troppi!) casi il film cade in un ridicolo involontario, tant’è che durante la proiezione si sono registrate numerose risatine di scherno da parte del pubblico. Ustica è insomma un film totalmente ingiustificabile e indifendibile sul piano formale. Qualunquista su quello contenutistico.
Il confronto con il film di Marco Risi del 1991, Il muro di gomma, che tratta dello stesso tema è quasi automatico. Mentre Martinelli ha ottenuto finanziamenti abbastanza corposi da permettergli di girare scene d’azione costose con l’inserimento di veri caccia di combattimento, o – in alcuni casi – aerei in 3D (il cui risultato delle riprese non fa altro che rendere ancora più evidente il passato da regista di spot di Martinelli), Risi con un budget più limitato è riuscito a dare uno spessore molto più alto alla sua opera (il cui modello era il cult Tutti gli uomini del Presidente), tale da renderla accostabile con onore alla nobile tradizione dei film di denuncia italiani a cui tanti e vari registi ed Autori hanno dato il loro contributo: Giuseppe Ferrara, Marco Tullio Giordana, Elio Petri, Francesco Rosi, ed anche Paolo Sorrentino. E ciò a dimostrazione che non basta il portafogli gonfio per fare un buon film, né a trasformare la Storia in film. Anzi, qualcuno dovrebbe necessariamente spiegare a Martinelli che avrebbe bisogno di un sano bagno di umiltà. O – per parafrasare Battisti – di un «orgoglioso refrigerio». Il Cinema d’Autore è altrove.

Alessio Cacciapuoti  

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