Undine

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6.5 Awesome
  • voto 6.5

Connessioni

Il celebre cineasta tedesco Christian Petzold, si sa, quando ci si mette d’impegno, è in grado di regalarci cose assai interessanti. Basti pensare, ad esempio, al recente La donna dello scrittore, anch’esso presentato in concorso alla 68° Berlinale, per una storia d’amore complessa e stratificata, resa ancora più preziosa da continui salti spazio-temporali. E questo film in particolare ha segnato per Petzold un vero e proprio cambio di rotta, avvenuto gradualmente dopo un primo periodo lavorativo in ambito televisivo, in cui il regista è diventato, pian piano, sempre più coraggioso, con, ogni volta, una maggiore voglia di osare e di “spingersi oltre”. La tal cosa, dunque, ha funzionato egregiamente nel suddetto La donna dello scrittore, ma, indubbiamente, sta comunque a rappresentare, in generale, qualcosa di rischioso. E se, dunque, in ogni caso, è sempre un bene tentare di percorrere nuove strade e di scoprire nuovi linguaggi, è anche vero che non sempre la cosa riesce come dovrebbe. Questo, ad esempio, è il caso di Undine, presentato in corsa per il tanto ambito Orso d’Oro alla 70° edizione del Festival di Berlino. Un film, il presente, che indubbiamente di spunti interessanti ne ha, ma che, per certi versi, fatica non poco a mantenere la rotta, arrancando a tratti soprattutto dalla sua seconda metà. Ma andiamo per gradi.

Undine, dunque, è una giovane donna che lavora come guida presso un museo di Berlino. Un giorno, improvvisamente, viene lasciata dal proprio ragazzo e, minacciando, inizialmente, di ucciderlo, abbandona ben presto i suoi propositi, incontrando immediatamente Christoph, con il quale inizia una relazione. La speciale connessione tra i due, assumerà ben presto toni fortemente spirituali e surreali.
Ed è proprio l’elemento surreale la vera peculiarità di un lavoro come Undine. Sono, di fatto, corpi che fluttuano in acqua, acquari che si rompono improvvisamente inondando i protagonisti, mani che si sfiorano sott’acqua e figure che non si sa bene se appartengano al mondo dei vivi o a quello dei morti i punti forti di questo ultimo lungometraggio di Christian Petzold. Eppure, le cose non sempre vanno come dovrebbero. Dalla seconda metà del lavoro, infatti, tutto si fa immediatamente più razionale, tutto sembra perdere improvvisamente di mordente e di personalità, conformandosi alle messe in scena più standard. Siamo d’accordo, non c’è assolutamente nulla di male a mettere in scena un rapporto amoroso in modo complessivamente classico e lineare. Il problema del presente Undine, però, è proprio questo suo essere fortemente sbilanciato, dove, di fronte a tentativi di conferire al tutto un determinato piglio, assistiamo spesso a improvvisi cambi di rotta. Eppure, come già detto, la sostanza c’è, così come le numerose potenzialità. Basti pensare, ad esempio, allo stesso elemento dell’acqua, simbolo (seppur più e più volte usato) di vita, di morte, di rinascita, di incontro tra le anime. Così come anche allo stesso rapporto – o, sarebbe meglio dire, alla speciale connessione – tra Undine e Christoph. Una connessione, la loro, che va oltre la vita e la morte, perfettamente in grado di superare barriere di ogni tipo. E che vede un riuscito compimento proprio nel finale, momento in cui il regista sembra finalmente tornare sui suoi passi, appena in tempo per regalarci immagini forti, estremamente poetiche, insieme a un gratificante senso di compiutezza.

Marina Pavido

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