Una giusta causa

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6.5 Awesome
  • voto 6.5

La donna che cambiò l’America

Quando Hollywood – o comunque zone limitrofe – decide di mettere in cantiere lungometraggi riguardanti i diritti civili, siano essi inerenti alla razza, genere od altro, si sa già in anticipo cosa attendersi. Opere cioè ben fatte, quasi sempre imperniate su vicende di vita vissuta e molto spesso permeate da un sano didascalismo atto a far arrivare il messaggio forte e chiaro presso quanta più audience possibile. Premessa necessaria a ribadire che non è esattamente l’originalità il pregio principale di tali pellicole.
Non fa certamente eccezione questo Una giusta causa, titolo italiano attinente alla narrazione ma meno esplicito rispetto all’originale On the Basis of Sex, che invece punta subito l’indice verso il fulcro della vicenda, ovvero la discriminazione tra uomini e donne nel secolo scorso. Siamo infatti nel 1956, data di partenza del film diretto dalla veterana Mimi Leder. E che ci sia una donna dietro la regia dell’opera, breve inciso, appare immediatamente come aspetto buono e giusto della faccenda.
Volendo trovare una definizione per Una giusta causa, si tratterebbe di un biopic, perché racconta la parabola esistenziale, rivendicazioni sociali in primo piano, di Ruth Bader Ginsburg, dapprincipio giovane studentessa di legge in una Harvard decisamente virata al maschile, poi avvocato di livello e quindi, attualmente, giudice della Corte Suprema (carica, ricordiamo, “ad vitam”). Immaginiamo peraltro non troppo ben vista, ricambiata, dall’attuale presidenza Trump. Possibile dunque, negli anni cinquanta, essere moglie, madre e progettare una carriera in un campo solitamente riservato, al tempo, al sesso cosiddetto forte? La parola significativa è ovviamente determinazione. La dote cui Ruth attinge per superare a piè pari qualsivoglia ostacolo le si presenti sul suo cammino, compreso un cancro testicolare che colpisce il marito in età precoce. Fino a che non arriva l’occasione della vita, quella che trasformerà una semplice insegnante di diritto in una scuola minore nell’avvocato in grado di padroneggiare la situazione – “contro” giudici maschi, manco a dirlo – in una prestigiosa aula di tribunale del paese.
La chiave di volta, ed è lo spunto più interessante dell’intero film, arriva da un caso in apparenza ordinario che presenta un nitido ribaltamento di prospettiva. Un uomo, non sposato, che pretende il diritto ad una detrazione fiscale in virtù dell’occuparsi in prima persona dell’anziana madre. Prerogativa spettante, nel diritto all’epoca vigente, solo alle donne. Il classico uovo di Colombo, insomma, per raggiungere una parità di diritti, con l’uomo a fare le veci della donna. Allo scopo di raggiungere una sentenza capace di fare giurisprudenza. E i momenti migliori di un lungometraggio con qualche minutaggio di troppo e figure retoriche talvolta sin troppo esibite e collaterali – vedi il caricaturale paladino dei diritti civili Mel Wulf interpretato da un quasi irriconoscibile Justin Theroux – sono proprio quelli in cui Una giusta causa sfocia nel legal drama accorato, con la protagonista sola a combattere, con la forza della parola, contro un istituzione di stampo prettamente conservatrice e maschilista. A colmare qualche pausa nell’evolversi della storia della storia ci pensano innanzitutto il buon cast, con in primis la notevole performance attoriale di Felicity Jones nei panni di Ruth Baden Ginsburg. Quindi l’attenta regia di Mimi Leder, regista che, nel corso della sua ormai lunga carriera, ha dimostrato di saper gestire bene qualsiasi genere, dal catastrofico Deep Impact (1998) al thriller The Code (2009), passando per molta televisione di qualità come nel caso delle serie E.R – Medici in prima linea e del più recente The Leftovers.
Senza pretendere di essere null’altro rispetto a ciò che ci si aspetta, Una giusta causa offre motivi di piacevole intrattenimento, consentendo anche di fare il punto della situazione a proposito di un argomento che continua – e temiamo continuerà per sempre – a creare sterili discussioni. La parità sessuale, oltre che nei fatti, dovrebbe in primo luogo radicarsi nelle coscienze di tutti.

Daniele De Angelis

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