The Leftovers

0
8.0 Awesome
  • voto 8

Non sono più qui

Ogni cosa si può scrivere a proposito di The Leftovers tranne che si tratti di una serie televisiva priva di ambizione o di semplice intrattenimento. Ispirata da un romanzo di Tom Perrotta – intitolato appunto The Leftovers, cioè, nella versione italiana, Svaniti nel nulla – porta indelebile il marchio del suo coautore Damon Lindelof, impegnato nell’adattamento televisivo assieme allo stesso Perrotta.
L’assunto di partenza è, antropologicamente parlando, abbastanza simile a quella del celeberrimo e seminale serial Lost, creatura artistica del tutto riconducibile a Lindelof dopo l’imprinting dato alla stessa da J.J. Abrams. Chiedersi dunque in che modo possa reagire un micro/macrocosmo di persone catapultate improvvisamente in una situazione del tutto straordinaria. In Lost c’erano i sopravvissuti, su un’isola in apparenza deserta, ad un misterioso incidente aereo. In The Leftovers un’intera comunità “imprigionata” dal dolore e dalla paura, presa a paradigma di qualcosa di assai più vasto, deve fronteggiare il più incredibile degli eventi, ovvero l’improvvisa e inspiegabile scomparsa di una percentuale (bassa, ma determinante ai fini narrativi) della popolazione. Se possibile, in The Leftovers, Lindelof alza l’asticella ancora più in alto, relativamente agli argomenti che più gli stanno a cuore: l’Umanità, Dio, la Fede, il Senso di Colpa. E l’impossibilità di una reale elaborazione del lutto. Se il plot nudo e puro di Lost, da contenitore aperto qual’era, veniva ovviamente “contaminato” da elementi transgenere (fantasy, thriller, horror, melodramma e molto altro), ad innervare una narrazione protrattasi per ben sei stagioni, The Leftovers rimane molto più aderente allo spunto di partenza, puntando i riflettori quasi esclusivamente sull’introspezione dei numerosi personaggi che compongono il quadro narrativo e sulle loro reazioni di fronte ad un’inspiegabile tragedia che cambierà per sempre le vite di ognuno.
Il dolore della perdita disgrega, mina in profondità l’equilibrio del singolo e la (possibile? Impossibile?) convivenza con gli altri. Questo il punto di partenza dei dieci episodi della prima stagione – con una seconda in lavorazione – inevitabilmente destinati a porre un numero inesorabilmente maggiore di domande rispetto alle pochissime risposte disponibili. The Leftovers diventa così, sin dall’incipit, un viaggio nel cuore di tenebra della (cattiva) coscienza statunitense. Un paese troppo grande e con troppe diversità al proprio interno, dove basterebbe anche un fatto di portata assai minore per scatenare una forza centrifuga ad effetto devastante. The Leftovers ha il coraggio di illuminare lo sguardo nel classico “buio oltre la siepe”: il primo fenomeno consequenziale è la nascita di una setta, detta dei “Colpevoli Sopravvissuti”, riunitasi per ricordare alla cittadinanza ciò che la gente sta invece cercando, attraverso sforzi tanto disperati quanto impossibili, di accantonare per provare a continuare a vivere. Sono vestiti di bianco, a simbolizzare una purezza irrimediabilmente perduta, ma in compenso fumano sigarette senza soluzione di continuità, in un impeto masochista che è pure un affronto al salutismo dilagante negli States. Ognuno dei componenti, s’intuisce anche dal nome, ha provato il dolore incolmabile di una perdita; tenendola talvolta nascosta anche alla famiglia, come nell’assurdo caso di Laurie Garvey (Amy Brenneman, la ricordate in Heat di Michael Mann? Interpretava, molto più giovane, la compagna di Robert De Niro…) che vede, sullo schermo dell’ecografia, la sparizione del feto che portava in grembo nel penultimo episodio – quello ambientato, con un salto temporale all’indietro, nel fatidico giorno – che sancisce definitivamente la deflagrazione di un malessere fin lì solo latente. E insinua nel telespettatore una questione morale – una delle tante, come è tipico in Lindelof – non secondaria, poiché quasi tutti i personaggi principali sembrano avere, perlomeno a livello inconscio, un buon motivo per far sparire i rispettivi famigliari o conoscenti. La stessa Laurie Garvey premette alla ginecologa di essere molto incerta se tenere o meno il bambino. Suo marito Kevin Garvey (un ottimo Justin Theroux, forse arrivato alla definitiva consacrazione attoriale), poliziotto poi promosso a comandante, vede svanire sotto i propri occhi la donna con cui sta per consumare l’adulterio nei confronti di sua moglie. Alla sventurata Nora Durst (bravissima, nel ruolo forse più complesso dell’intero serial, la semisconosciuta Carrie Coon) viene cancellata l’intera famiglia, composta da marito fedifrago (ancora?) e due bambini piccoli chiassosi, che involontariamente ostacolano la sua definitiva e totale emancipazione.
Qualcuno pensa che in The Leftovers aleggi una pesante cappa di moralismo religioso, cosa che non sarebbe esattamente nuova nel pedigree di Lindelof, come testimonierebbe il finale di Lost. Forse l’ipotesi ha qualche fondamento. Però c’è più emozione cinefila – con pertinenti riferimenti a certe atmosfere sonnamboliche alla David Lynch, soprattutto nello scarto esiguo tra realtà (di finzione, ovviamente) e visioni oniriche che attanagliano il personaggio di Kevin – in The Leftovers che in centinaia di altri insulsi film distribuiti in sala. Rendiamo dunque ennesimo merito alla valorosa HBO, produttrice del serial; e se pure qualcuno dovesse trovarci l’ombra ingombrante di (un) Dio la serie risulterebbe molto interessante lo stesso. Anzi, probabilmente in misura ancora maggiore anche per i non credenti.

Daniele De Angelis

Leave A Reply

1 + 14 =