Un tirchio quasi perfetto

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6.0 Awesome
  • voto 6

L’avarizia è uno stato mentale

La vecchia, cara commedia di caratteri trova de sempre terreno fertile in Francia, dove è abituale il modus operandi di cucire addosso ad uno specifico personaggio la trama di un singolo lungometraggio. Così accade in Un tirchio quasi perfetto, operina che potrebbe fungere da perfetto compendio di pregi e difetti di tale sistema produttivo.
Un incipit fulminante in stile Il favoloso mondo di Amélie ci porta a fare la conoscenza, ancora nell’utero materno, di François Gautier, figlio da poco concepito di padre spendaccione, al quale la madre intima di non comportarsi mai come il genitore maschio. Crescendo l’uomo prende sin troppo in parola il perentorio avvertimento della genitrice, diventando persona ossessionata dal risparmio e dai “tetti di spesa”. Acquista e mangia cibo scaduto, vive al buio per evitare consumi impropri di energia elettrica, da primo violino concertista non partecipa alle collette verso colleghi prossimi alla pensione e nemmeno si sogna di contribuire alle spese condominiali. Per questo motivo la scritta “Gautier bastardo” campeggia in bella vista sul muro del cortile d’ingresso del complesso residenziale dove abita. Suo confidente e psicoanalista d’occasione è il funzionario di banca al quale Gautier affida l’amato conto corrente, la cui cifra ammonta a diversi zeri. Tutto bene, se non fosse che – da canonica pena del contrappasso – Gautier si ritrova all’orizzonte una figlia di cui ignorava l’esistenza e una certa attrazione sentimentale nei confronti di una piacevole collega appena arrivata. Riusciranno tali pulsioni affettive a sconfiggere l’ormai connaturata avarizia? Domanda retorica dà vita a risposta scontata.
Un tirchio quasi perfetto, film diretto da quel Fred Cavayé assai più noto – e decisamente a maggior agio – per i bei thriller Anything for Her (rifatto, invero assai male, da Paul Haggis in The Next Three Days) del 2008 e Point Blank del 2010, accumula senza sosta né soverchie accortezze narrative simpatiche sequenze utili a descrivere lo “stadio terminale” della grettezza umana simboleggiata dal buon Gautier. Esemplare quasi perfetto di essere in lotta perenne con il resto della società, nei tempi oscuri della crisi economica. Purtroppo però, come sovente accade in pellicole del genere, lo scivolamento progressivo nel dramma – Gautier scopre che la figlia, peraltro bravissima ragazza, soffre di una grave malattia renale – porta Un tirchio quasi perfetto a deprimersi in zone da moralismo incontrollato. L’ossessione per l’avarizia, da sintomo di una malattia metaforicamente e potenzialmente estesa all’intero corpus sociale, diviene qualcosa che solo gli affetti profondi possono curare. Così abbondanti dosi di zucchero si abbattono sugli incolpevoli spettatori, e tutta la sana cattiveria – forse sin troppo programmatica – sin lì disseminata finisce nel dimenticatoio in nome di un incongruo “vogliamoci bene” perché la famiglia e il vero amore sono le uniche cose importanti della vita. In ossequio alla tipica morale nazional-popolare di ogni parte del globo. Davvero un peccato, poiché Dany Boon conferma le doti di commediante di razza ed è assolutamente adeguato alla parte, mentre anche il cast di contorno ce la mette davvero tutta a rendere godibile una commediola inizialmente intinta di cianuro ma che va gradatamente stemperandosi in uno scellerato buonismo di fondo.
Coloro che, alla fine della fiera, chiederanno un pizzico di buonumore a Un tirchio quasi perfetto saranno accontentati, trovando ovviamente anche una maggiore consapevolezza di scrittura rispetto alla media delle innocue e banali commedie nostrane; chi invece si illude di trovare l’acidità definitiva della satira sui grami tempi che viviamo dovrà rivolgersi altrove. Anche se, all’orizzonte, produzioni cinematografiche a livello internazionale intenzionate a graffiare senza se né ma le fobie di cui siamo un po’ tutti prigionieri non s’intravvedono proprio. Perciò anche il dono catartico di una sana risata sui vizi che ci affliggono, oggi, diviene qualcosa di molto simile ad una chimera irraggiungibile. Bei tempi quando la commedia faceva costume e assieme critica sociale, nel Belpaese e altrove senza per forza scomodare Molière.

Daniele De Angelis

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