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Un paese di Calabria

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VOTO: 7

Un mare di voci

Il pluripremiato Fuocammare di Gianfranco Rosi è solo l’ultimo dei documentari made in Italy ad aver affrontato tecnicamente il tema della migrazione; un tema, questo, che negli ultimi anni ha via via conquistato l’interesse di registi e produttori nostrani e non solo per la sua stretta connessione all’attualità. Di conseguenza, la proliferazione di opere audiovisive su di esso incentrate, con tutti i pro e i contro del caso, era inevitabile. Se da una parte la crescita esponenziale ha richiamato l’attenzione delle platee e dell’opinione pubblica sulla gravità della situazione, dall’altra si è arrivati a un livello di saturazione che non consente al fruitore di turno di distinguere quale sia l’effettivo punto di vista restituito sullo schermo, a favore di un approccio che ha portato e sta portando sempre di più verso l’omologazione e la generalizzazione.
Fatto sta che si fa davvero fatica a scovare in questo sterminato corpus di opere prodotte nell’ultimo decennio, nel quale figurano titoli come La nave dolce o Anija, una in grado di offrire una chiave diversa, o quantomeno capace di consegnare allo sguardo del pubblico un controcampo possibile sul tema in questione. Il merito di un documentario come Un paese di Calabria, presentato nel fuori concorso della prima tappa della 15esima edizione del Sa.Fi.Ter dopo un lungo e fortunato percorso nel circuito festivaliero internazionale, è proprio quello di esserci riuscito. Basterebbe questo a giustificare il voto al di sopra della sufficienza attribuito alla pellicola co-diretta da Shue Aiello e Catherine Catella.
Quello firmato dalle cineaste italo-francesi è un film che parla di accoglienza prima che di migrazione. Nello specifico di un esempio più unico che raro di processo di integrazione andato a buon fine, che non poteva non essere raccontato. Siamo in una terra un tempo abbandonata, in Calabria, dove un’utopia è diventata una meravigliosa realtà. Sfidando la fatalità, Riace ha scelto di rivivere accogliendo gli immigrati che sbarcano sulle coste italiane. Oggi le case un tempo abbandonate sono di nuovo abitate e nel paese è tornata la vita.
Per dare forma e sostanza al documentario, le autrici mettono da parte il registro dell’inchiesta scegliendo un taglio più intimo e poetico. Un paese di Calabria rinnega il sensazionalismo e la spettacolarizzazione del dolore, ma anche la falsa e ipocrita benevolenza nei confronti dell’altro. La coppia Aiello-Catella parla di migrazione, ma mostrandoci i due lati possibili della medaglia: quello di colui viene accolto e quello di chi accoglie. Il più delle volte si assiste, infatti, a uno solo dei due lati, che non può che essere quello di chi arriva. Davanti ai nostri occhi si materializza un racconto per immagini e parole, dove il presente dei migranti venuti da lontano a bordo di fatiscenti barconi si fonde con il passato di noi italiani che un tempo fummo migranti. Ciò permette di cancellare in parte un enorme rimosso. Per farlo, il modus operandi passa attraverso un mix senza soluzione di continuità e ben equilibrato di frammenti di poesia, lucida osservazione sul campo della quotidianità e interviste.
Ma non è tutto oro ciò che luccica. Un paese di Calabria presenta, infatti, dei limiti strutturali, legati in particolare alla durata eccessivamente dilatata rispetto alle reali esigenze di racconto e alla presenza sulla timeline di una manciata di momenti che appaiono, a differenza degli altri, un po’ troppo forzati, quanto basta per privare il tutto della naturalezza e del realismo che fin lì aveva prevalso (vedi i giovani migranti invitati a cantare l’inno d’Italia o “Bella ciao”). Senza di essi probabilmente, anzi sicuramente, il livello di gradimento sarebbe stato più alto. Limit che, però, non vanno a sminuirne il valore sociale e a cancellarne i meriti riconosciuti e acquisiti sul campo.

Francesco Del Grosso

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