Intervista a Pedro Aguilera

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Un cinema senza tabù

La 53esima Mostra Internazionale del Nuovo Cinema di Pesaro appena conclusasi, oltre ad aver regalato alle platee di turno otto giorni di cinema di grandissima qualità, ha permesso al pubblico e agli addetti ai lavori nostrani di fare la conoscenza di Pedro Aguilera e del suo modo di fare e concepire la Settima Arte.
Al regista iberico classe 1977, originario di San Sebastiàn, la kermesse marchigiana ha dedicato una retrospettiva integrale dei suoi lavori sulla lunga distanza: tre lungometraggi (La influencia, Naufragio e Demonios tus ojos) realizzati nell’arco di una decina di anni, che compongono un corpus filmico estremamente eterogeneo e stratificato, dove forma e contenuto traggono la propria linfa vitale dall’istinto e da un talento innato che si è affinato e sviluppato nel tempo. Grazie al Festival di Pesaro e al suo direttore Pedro Armocida, questo corpus e il suo autore sono finalmente approdati anche in Italia, laddove erano praticamente sconosciuti. Ed è proprio a margine della visione sullo schermo del Teatro Sperimentale della sua ultima fatica dietro la macchina da presa dal titolo Demonios tus ojos, reduce dalle presentazioni alle ultime edizioni dei Festival di Rotterdam e Malaga, che abbiamo avuto la possibilità di intervistarlo, così da approfondire temi e stilemi del suo cinema.

D: Riguardare uno dopo l’altro i suoi tre film, nonostante le indubbie differenze che li separano, le è servito a individuare uno o più possibili elementi in comune?
P.A.: Ovviamente riguardandoli uno dopo l’altro in questa retrospettiva è stato più facile trovare dei possibili punti in comune, cosa che quando lavoro non mi accade mai. Le retrospettive come queste consentono agli spettatori, ma anche a noi autori, di potere mettere in luce alcuni aspetti fondamentali. A molti registi si rimprovera di fare sempre lo stesso film. Da parte mia, cerco invece di farli sempre diversi. I contenuti possono anche essere simili, perché a cambiare è soprattutto la forma, che deve essere libera e la più adatta alla storia che ho deciso di raccontare. Di fatto, al di là della forma diversa c’è una sottostante unione.
La maggior parte dei cineasti lavora seguendo un processo inverso rispetto al mio, che li porta a fare sempre lo stesso film, dove la forma è la base e il tema è pressoché indifferente. Ad esempio Kaurismaki, sia che voglia fare un film più direttamente politico o che parli di sentimenti come l’amore, si riconosce a prima vista. Io mi muovo al contrario, forse perché sono agli inizi e sto ancora sperimentando e cercando un mio stile personale. Quando mi approccio alla fase di scrittura vado per istinto e poi di volta in volta scelgo la forma che più si adatta e meglio si sposa con queste intuizioni. La mia principale preoccupazione è legata al tema e poi lascio che la forma si manifesti. A posteriori capisco che forma hanno preso le mie storie.
Ci sono quindi delle costanti e dei temi ricorrenti che percorrono la mia filmografia che grazie a questa retrospettiva sono emersi in maniera cristallina. Uno di questi temi è quello della gente allo sbando che naufraga. Forse perché anch’io a mio modo sono un naufrago che è finito da qualche parte e cerca di ritrovare la propria strada. Un altro elemento ricorrente è la perdita della purezza e della ricerca costante dell’innocenza. Ci sono dunque tutti questi personaggi che cercano l’innocenza ma non la trovano mai.

D: Il fatto di aver realizzato tre opere completamente diverse l’una d’altra, per approccio stilistico e drammaturgico, che non consentono a chi le guarda di identificarle e di ricondurle direttamente a lei, non ritiene possa creare una barriera con il potenziale spettatore e in particolare con gli addetti ai lavori?
P.A.: I critici non vogliono sabbie mobili, ma vogliono certezze. I critici vogliono identificare qualcosa di stabile e di fermo a cui dare una definizione. Io, invece, sono una sabbia mobile e sin dall’adolescenza sono stato un fan di David Bowie, perché anche lui come me, cambiando costantemente, è riuscito comunque a conservare intatte le sue peculiarità. Non per questo i suoi cambiamenti esterni gli impedivano di essere ciò che era. Probabilmente ora che ho quarant’anni è difficile per me analizzare e individuare i tratti comuni. Forse quando avò ottant’anni o quando sarò morto, allora sarà più facile cogliere il quadro d’insieme.

D: Lei ha avuto la possibilità di lavorare come aiuto regia di due importanti cineasti messicani come Amat Escalante e Carlos Reygadas, cosa ha fatto suoi dei loro insegnamenti?
P.A.: Io non ho maestri, ma la cosa principale che ho preso da loro è il modo in cui si fa un film, perché non ho fatto scuole di cinema e la mia formazione è stata direttamente sui set. All’epoca non conoscevo nulla degli aspetti tecnici e di come si lavorava su un set. La seconda cosa che ho preso è l’essere radicali con le proprie idee. Non sto parlando di un modo di fare cinema sperimentale che nessuno capisce, ma del riuscire a portare la propria idea alla massima potenza e di difenderla. Essere radicale con ciò che sei, proteggere il cuore delle tue idee e della tua autenticità. Il fine ultimo di un film deve essere quello di conservare questa autenticità e di proteggere il cuore stesso delle tue idee. Questo significata essere radicali. E così si può proteggere anche la propria indipendenza.
Prima di andare in Messico, avevo avuto in Spagna delle esperienze con registi commerciali come ad esempio Daniel Calparsoro e Juan Carlos Fresnadillio. Sui loro set non mi sentivo a mio agio. Non faceva parte del mio modo di essere. Quando ho incontrato Escalante e Reygadas ho capito che esisteva un altro modo di fare cinema, che aveva più a che fare con me.

D: Ritiene che nelle sue pellicole il conflitto e la rottura dei tabù siano elementi centrali?
P.A.: Credo che le mie pellicole parlino sempre del conflitto che c’è tra la pulsione personale di libertà, ossia quella di potersi esprimere al massimo dal punto di vista sociale, sessuale e politico, e il Sistema intorno che la circonda e la opprime. Quest’ultimo cerca in tutti i modi di condurci su quella che ritiene sia la corretta via. Il primo esempio di quello che è un Sistema all’interno di una Società è appunto la famiglia. Da una parte c’è dunque il desiderio personale di sentirsi liberi e di poter prendere le proprie decisioni in maniera indipendente; dall’altra i confini e i limiti che ti vengono imposti dalla Società e dalla famiglia.
Nei miei film va in scena anche il conflitto con il tabù e con i limiti morali, ossia con ciò che è permesso e ciò che è proibito dalla Società. Nei miei film c’è sempre un elemento che si inserisce in un Sistema e lo distrugge, o che cerca di distruggerlo. Ad esempio in La influencia c’è una madre che non vuole più vivere e distrugge la propria famiglia; in Naufragio un migrante non vuole entrare nel circuito ufficiale e per questo uccide un altro uomo per preservare il proprio modo di essere; in Demonios tus ojos un fratello entra nel Sistema di vita della sorella per manipolarlo e trasformarlo in altro.

D: La influencia e Naufragio sono stati entrambi girati in pellicola, per la precisione in 16mm poi gonfiati in 35mm. Guardando il suo ultimo film, Demonios tus ojos, che al contrario dei precedenti è stato filmato in digitale, si ha come la sensazione che da parte sua non vi sia stato un amore a prima vista, poiché la confezione estetico-formale, la grana e il formato utilizzato, ossia l’1:33, richiamano immediatamente a una visione quasi nostalgica della celluloide. Che rapporto ha con il digitale e come questo ha influenzato il suo modo di girare?
P.A.: No, al contrario, mi piace molto lavorare con il digitale. Il mio sguardo sul mondo non dipende dall’uso o no del digitale, ma si basa sul mio modo di posizionare la macchina da presa e di utilizzare le diverse ottiche. Queste mie scelte determinano la creazione di una differente immagine digitale. Non mi sono approcciato al digitale per sostituire la pellicola. E’ un atteggiamento e un modo di pensare che ritengo poco intelligente. Non sono un purista che pensa che la celluloide è meglio del digitale. Assolutamente no.

D: Perché in Naufragio fa un largo utilizzo del fuori bolla e che significato lei gli attribuisce?
P.A.: Tutta la pellicola viene raccontata dal punto di vista del protagonista che non si sa se è vivo o morto, se è uno spirito o se viene da un altro mondo, se vive in una sorta di limbo. Dunque, la visione doveva essere distorta e le immagini che la compongono costruite con una prospettiva diagonale, come se fosse uno sguardo trasversale. Volevo restituire anche una sensazione di mancanza di equilibrio tra tutti gli elementi chiamati in causa. Nei miei film c’è sempre una ricerca di un equilibrio, di una forma di purezza o di stabilità, ma i protagonisti non la trovano mai, o almeno non la trovano in questa terra, nella Società e nel Sistema esistente.

D: Nei suoi film ha combattuto e abbattuto diversi tabù, alcuni dei quali particolarmente complessi da affrontare come ad esempio l’incesto, ma c’è qualcosa che lei e il suo cinema non proverà mai ad abbattere?
P.A: Non c’è niente di cui non si possa parlare. L’importante è come ci si approccia alla materia e il punto di vista che si decide di avere sul singolo argomento. Il mio prossimo film è probabile che sia un film politico. La politica non mi interessa di per sé, non mi interessa la contrapposizione manichea tra il bianco, il rosso e il nero. Questo manicheismo mi annoia. La democrazia è un sistema valido con i suoi difetti. E’ un tema che non avevo mai trattato direttamente in precedenza, anche se dopo aver rivisto i miei film mi rendo conto che si tratta in qualche modo di film politici. Prima pensavo che non avrei mai fatto film che parlassero di politica, ma ora forse è arrivato il momento, perché quella in cui vivo e viviamo è una società fortemente politicizzata.

D: Ci parla del suo lavoro con gli attori professionisti e non?
P.A.: Non avendo fatto alcuna scuola di cinema o teatro e avendo girato pochissimi cortometraggi, in realtà la direzione degli attori l’ho imparata lavorando ai miei lungometraggi. Nel primo film ho lavorato unicamente con non professionisti, nel secondo con attori che non avevano ancora esordito al cinema e nel terzo con attori più esperti. E quindi è come se avessi attraversato l’intero arco di possibilità prima capire quale modalità di lavoro con gli attori fosse più adatta al mio cinema. Il lavoro con gli attori non professionisti è molto affascinante e non escludo che in futuro non possa ritornare a percorrere questa strada. Il lavoro che si fa con loro e all’opposto di quello che si fa con i professionisti. I non professionisti sono puri e non conoscendo le tecniche e i meccanismi che ci sono dietro si possono plasmare e manipolare. Sono puri volti, pure sensazioni e pure emozioni. Quelli professionisti, invece, sono completamente diversi, perché sono già plasmati e già ampiamente manipolati. Quindi hanno già perso la purezza ed è impossibile restituirgliela. In Demonios tus ojos avevo bisogno di attori formati per poter sostenere il peso di dialoghi complessi e per percorrere le one lines complicate dei personaggi. In La Influencia non avevo le stesse esigente, di conseguenza mi sono affidato a non professionisti.

Francesco Del Grosso

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