Two for Joy

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6.5 Awesome
  • VOTO 6.5

Come barche alla deriva

Dal Regno Unito al 20° Festival del Cinema Europeo, passando per le fortunate apparizioni nei festival di Edimburgo e Siviglia. Sono queste le tappe affrontate sino ad oggi da Two for Joy, che hanno condotto l’opera prima di Tom Beard dalla sua terra natia al concorso lungometraggi della kermesse salentina, laddove si è fatta notare per una componente ben precisa, ossia le performance davanti la macchina da presa. È lì, infatti, tra cotanto ben di Dio attoriale che va ricercato il punto di forza della pellicola.
Difficilmente, infatti, un’interpretazione corale di questo tipo può passare inosservata agli occhi degli addetti ai lavori e di coloro che hanno le capacità di coglierne la qualità e l’intensità, a cominciare da quelle offerte dai membri più giovani del cast (Emilia Jones e soprattutto Badger Skelton) sino a quelle dei volti più noti. In tal senso, una Samantha Morton a questi livelli non si dimentica tanto facilmente, al contrario la sua prova è di quelle destinate a rimare nel cuore e nella mente dello spettatore di turno, diventando il valore aggiunto della pellicola in questione. L’attrice inglese presta la sua immensa bravura al personaggio chiave del film, ossia Aysha, una donna paralizzata dalla depressione sorta in seguito alla morte di suo marito. Questo ha costretto la figlia adolescente Vi ad addossarsi delle responsabilità enormi per la sua giovane età, mentre il piccolo Troy vaga smarrito, senza figure adulte responsabili che si prendano cura di lui. Un viaggio verso la costa aprirà gli occhi di tutti su quanto sia tesa la situazione.
Beard ci mostra ancora una volta come il viaggio possa avere, nel bene o nel male, un valore terapeutico nel medicare ferite che sembrano incurabili. Qui si fa step doloroso ma necessario per il percorso di riconciliazione tra una madre e i suoi figli, con quest’ultimi costretti a occuparsi dell’ennesima madre che ha perso la bussola e a destreggiarsi tra scuola e impegni quotidiani. Two for Joy è un dramma familiare e sociale che parla dell’elaborazione del lutto, ma in primis del tentativo di riportare il caos in equilibrio dopo che il destino ha deciso di mettere improvvisamente tutto a soqquadro. A provarci ancora una volta sono i più piccoli con tutto lo stress e la tensione che ne consegue. Insomma, la classica storia di un genitore che non si comporta più come tale e dei figli che provano a sopperire alla suddetta mancanza, in un confronto tra il mondo adulto e quello adolescenziale che transita per le dinamiche altrettanto tradizionali del romanzo familiare e del coming of age. E la mente non può non tornare per assonanze al più recente The Florida Project di Sean Baker.
Per trasferire il tutto sullo schermo, il cineasta britannico si avvale di una scrittura e di una messa in quadro all’insegna del realismo e della cruda verità, in un mix che per approccio alla materia, ai personaggi e alle location, condensa nel proprio DNA tanto il cinema di Peter Mullan quanto quello di Ken Loach e Shane Meadows. Ed è da ciascuno di loro che Beard ha attinto a piene mani per dare forma e sostanza a un film che ruota e si alimenta prima di emozioni e poi di azioni. Queste quando riescono effettivamente ad arrivare allo spettatore lo fanno a getto discontinuo e in gran parte per merito degli attori. La scrittura infatti presenta qualche giro a vuoto nella fase centrale e una mancanza di originalità generale, ma scene come gli scambi verbali tra Aysha e sua figlia Vi, oppure quella della barca, sanno come lasciare il segno.

Francesco Del Grosso

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