Tokyo Tribe

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8.5 Awesome
  • voto 8.5

Il ritmo del sangue

Sono trascorsi tre anni da quando, nel 2011, il Torino Film Festival dedicò una doverosa – e per molti cinefili, illuminante – personale a Sion Sono, geniale cineasta nipponico che, fino ad allora, godeva di una popolarità non troppo ampia nel nostro Paese. La divulgazione del suo cinema, dai mirabili eccessi di Strange Circus (2005) fino a quello che può essere considerato il suo capolavoro, il torrenziale (237 minuti) e magnifico Love Exposure (2008), era d’obbligo, per un artista che resta tra i più peculiari e talentuosi del nostro tempo.
Tokyo Tribe (2014), sua ultima fatica filmica presentata nel corso dell’edizione 2014 del festival torinese, è la tappa più recente di un percorso mai uguale a se stesso, seppur attraversato da un fil rouge che lega, inesorabilmente, ogni sua opera. Dagli splendidi Himizu (2011) e The Land of Hope (2012), vere poesie su pellicola nell’ambito delle quali il secondo titolo si presenta come il più tradizionale, sia dal punto di vista visivo che del narrato, Sono vira nuovamente su apici tanto alti quanto estremi con Why Don’t You Play in Hell? (2013), presentato alla 70ma edizione della Mostra del Cinema di Venezia, in cui yakuza movie e commedia si mescolano in modo magistrale e delirante. L’arte filmica di Sion Sono è fatta di sbandamenti, alternanze continue, rimbalzi tra generi che spiazzano irrimediabilmente lo spettatore: Tokyo Tribe, da questo punto di vista, coglie di sorpresa nel suo essere musical hip-hop, genere musicale assai popolare in Giappone, risultando debordante, eccessivo e assolutamente godibile. Il film è tratto dalla serie manga Tokyo Tribe 2 (seconda tranche di una pubblicazione precedente, e conosciuta col titolo internazionale di Tokyo Tribes), firmata da Santa Inoue e pubblicata tra il 1997 e il 2005, che diverrà un anime televisivo nel 2006.
L’opera di Sono non può dunque non rimandare in primis al cartoon, nel suo essere del tutto non-realistica: una Tokyo al neon, multicolore e fluorescente, è teatro di una guerra tra gangs, che dominano differenti quartieri, fomentata dal boss della yakuza Lord Buppa (Riki Takeuchi, presente nella trilogia Dead or Alive di Takashi Miike), personaggio assolutamente sopra le righe, con un debole per la carne umana e un’indole profondamente perversa. Il suo uomo di fiducia, l’ossigenato e muscolare Mera (Ryôhei Suzuki) porta al suo cospetto l’odiato Kai (Young Dais), leader dei Musashino, gang pacifista in un contesto ferocemente sanguinario; con loro, anche un gruppo di prostitute del red-light district, tra cui l’apparentemente timida Sunmi (Nana Seino), in realtà una macchina da guerra a colpi di breakdance.
Tokyo Tribe è un film densissimo, che non lascia tregua, tra grottesco e ferocia, sangue a fiotti e loops hip-hop che donano all’opera un ritmo reiterato, ipnotico, a tratti alienante; un visivo estremo, tanto da essere quasi indescrivibile a parole, non traslabile in una forma-racconto tradizionale. Ci si trova di fronte a trovate geniali e personaggi del tutto folli, come Nkoi (Yosuke Kubozuka), figlio di Lord Buppa e collezionista di “mobilio umano”: costringe i suoi ostaggi a restare immobili come arredi, in una crudeltà che finisce per risultare grottesca e colma di ironia. Uno dei punti di forza di Tokyo Tribe, infatti, è il suo sfidare continuamente lo spettatore, giocando con le sue reazioni, stordendolo e confondendolo. I tributi sono molteplici: da I guerrieri della notte di Walter Hill (1979) fino a Blade Runner, nello scenario caotico e futuristico che anima le strade del quartiere dominato dai Musashino, che il giovane Kai attraversa scandendo il proprio passaggio con rime che mischiano l’idioma nipponico a termini anglosassoni, in un vero e proprio linguaggio-altro che è specchio perfetto del discorso filmico di Sono, il quale realizza una pellicola del tutto a se stante, con molteplici rimandi ma al tempo stesso oggetto del tutto peculiare. USA e Giappone si fondono in un crossover culturale che, per il cineasta, diventa riflessione sul proprio Paese e sui suoi stereotipi, che qui vengono dileggiati, ribaltati e ferocemente riletti.
Tokyo Tribe è destinato a diventare un altro cult di Sion Sono, e forse è già tale: ancora una volta, ha nettamente diviso critica e pubblico tra entusiasti e detrattori, suscitando così reazioni estreme, le uniche possibili per un film che non conosce mezze misure. Imperdibile.

Chiara Pani

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