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Arctic Link

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VOTO: 8

Va dove ti porta il cavo

Il cinema, e più nelle specifico quello del reale, si è occupato in svariate occasioni della nascita e dello sviluppo di internet per poi, una volta raggiunto, dare sempre più spazio ad approfondimenti riguardanti i pro, i contro e i pericoli della rete. Si è sempre rimasti però sui piani strettamente tecnologici e virtuali, dimenticando che dietro la vetrina e la superficie che noi tutti siamo abituati a vedere c’è l’essere umano e la sua mano, quella che rende possibile tale progredire ma soprattutto la connessione. Ed è qui che entra in gioco e acquista valore il documentario di Ian Purnell, Arctic Link, che ha il grandissimo merito e la capacità di mostrare cosa di fisico e vero c’è dietro il web, ma soprattutto chi lavora quotidianamente per garantirne il funzionamento e per fare in modo che tutti possano avvalersene.
Presentato in concorso alla 29esima edizione del Festival CinemAmbiente dopo la première al CPH:DOX 2026, Arctic Link si distingue proprio per il fatto di mostrare un punto di vista diverso, un’immagine e una narrazione altre rispetto a quelle al quale siamo abituati. Per farlo il regista svizzero ci ha condotto in un viaggio sulle nuove rotte digitali globali che arrivano sino a uno degli zone più sperdute della Terra, per l’esattezza verso le Isole Aleutine, in Alaska, popolate da una delle ultime comunità del mondo prive di connessione. Esistono angoli del pianeta dove Internet non è ancora presente, o almeno fino a quando l’uomo non ha deciso di portarcelo con una vera e propria colonizzazione digitale alla base della quale ci sono migliaia di chilometri di cavo in fibra ottica. Il 99% del traffico mondiale infatti transita attraverso di essi in una rete subacquea di cavi deposti a 8000 metri nelle oscure profondità marine. Purnell ci mostra come tutto ciò avviene conducendoci a bordo di una grande nave che solca le acque dell’Oceano Pacifico Settentrionale posando chilometri di cavi per portare internet fino a Ouzinkie, un remoto villaggio dell’Alaska, dove speranza, paura e scintille di cambiamento digitale si incontrano sulla riva. Per questi luoghi si preannuncia una trasformazione senza precedenti nelle modalità di comunicazione, nell’accesso alle informazioni, nella percezione del tempo e nello stile di vita. La vita degli isolani subisce una vera e propria rivoluzione, ma non per forza solamente in senso positivo. Se da una parte i flussi di dati preannunciano un futuro radioso per la comunità locale, dall’altra tali speranze si scontrano con il timore di un cambiamento distopico. Ed è su questo che il documentario riflette a fa riflettere, trasformando la complessa e interessante questione nel baricentro tematico su e intorno al quale l’opera in questione ruota e si sviluppa.
Purnell mantiene la dimensione umana sempre centrale nel discorso e al contempo allarga le argomentazioni alla fisicità del quale si accennava in precedenza. Ciò è reso possibile dalla contrapposizione tra chi costruisce i cavi e li posiziona e la popolazione del villaggio. Le testimonianze dei membri dell’equipaggio, sulla propria routine lavorativa e sulle conseguenze psicologiche dell’isolamento nel corso della lunga navigazione, si alternano alle diverse voci degli abitanti dell’Arcipelago. Quest’ultimi riflettono sui cambiamenti tecnologici basandosi sui propri valori e sulla propria visione del mondo, mentre l’equipaggio filippino a bordo della nave posacavi combatte la solitudine in alto mare. I loro smartphone rappresentano l’unico, fragile legame con la patria, dall’altra parte di un globo sempre più interconnesso. Da questa contrapposizione prende forma e sostanza un affascinante e stimolante progetto dalla confezione visiva e sonora di discreta fattura (le indubbie qualità della fotografia di Marie Zahir e del sound design lo testimoniano), che ha impegnato l’autore per la bellezza di dieci anni. Ma visto il prezioso risultato ottenuto, riteniamo che ne sia valsa assolutamente la pena.

Francesco Del Grosso

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