(No) Te siento
Era il 2021 quando Eva Libertad García e Nuria Muñoz firmavano a quattro mani il pluridecorato cortometraggio Sorda (Deaf), che raccontava la storia di Ángela, una donna sorda, e del suo partner Héctor, che invece aveva un normale udito. Tra problemi quotidiani e di comunicazione portavano avanti regolarmente la loro relazione, manifestando l’intenzione di mettere al mondo un figlio. Lo short in questione si focalizzava sulle paure che la protagonista provava quando voleva diventare madre, una madre audiolesa in questo mondo di udenti e normodotati. C’era dunque ancora tanto da dire, mostrare e indagare. Un lungometraggio rappresentava in tal senso l’occasione, lo spazio e la distanza cronometrica ideali per sviluppare e immaginare possibili scenari e risposte alle domande sorte nell’arco ristretto della suddetta produzione breve. Quest’ultima è stata dunque il seme dal quale partire (come a suo tempo è accaduto per il corto Madre di Rodrigo Sorogoyen poi divenuto film) per scoprire cosa è accaduto dopo, quando il progetto di diventare genitori si è trasformato in realtà. L’arrivo della bambina sconvolge la loro relazione, costringendo Ángela ad affrontare le sfide poste dal crescere sua figlia in un mondo che non è fatto per madri come lei.
In Sorda, presentato alla 17esima edizione del Bif&st e vincitore del Premio del pubblico della sezione Panorama della Berlinale 2025, Eva Libertad García esplora cosa cambia, cosa succede al personaggio di Ángela, al suo compagno e ai parenti con l’arrivo di un bambino che è sempre una sorta di deflagrazione per una coppia, ma anche i complessi legami tra persone udenti e disabili, come la sua stessa sorella, Miriam García, protagonista prima del corto e ora del film. La presenza di una persona tanto vicina all’autrice, sorda nella vita reale, conferisce ancora più verità e un carico di emozioni ulteriori al racconto, così come accaduto nel 1987 a Marlee Matlin che ha vinto l’Oscar per la sua intensa interpretazione in Figli di un Dio minore. Da allora non abbiamo più visto molti personaggi o interpreti sordi al cinema, se non nel recente Coda. L’opera prima della regista spagnola, proprio grazie alla potentissima e partecipe performance della García, aumenta in maniera esponenziale la componente empatica e il livello di coinvolgimento dello spettatore di turno. Scene come quelle del parto o della discussione della coppia in soggiorno portano la temperatura a toccare picchi febbrili.
Nel narrare la storia della frattura di un equilibrio e il tentativo di crearne uno nuovo, la cineasta ci trasporta, lavorando sulla componente sonora, nel mondo della protagonista attraverso la persistente assenza di una parte sensoriale. Il ché consente all’opera di trasmettere l’esperienza della sordità a un pubblico di normodotati in maniera ancora più realistica e immersiva.
Francesco Del Grosso









