La fabbrica di fantasmi
I temi della sicurezza sul lavoro, del lavoro minorile sono centrali nel film The Settlement (il titolo originale è Al mosta’mera), presentato nel Concorso lungometraggi Finestre sul mondo del 34° Festival Cinema Africano Asia e America Latina, dopo l’anteprima in Perspectives alla Berlinale 2025. Il film segna l’esordio al lungometraggio di finzione per l’egiziano Mohamed Rashad. Ambientato ad Alessandria d’Egitto, racconta di due fratelli, Hossam e Maro, che iniziano un lavoro come operai in una grande acciaieria della città. Il loro tragitto, il primo da casa al nuovo posto di lavoro, è un viaggio nel degrado, attraversando un deserto urbano desolato, di macerie a cielo aperto e greggi di pecore. Prendono il posto lavorativo del padre che è deceduto, si scoprirà, in un incidente sul lavoro. La loro assunzione quindi si rivela quale forma di compensazione, anche per evitare una loro denuncia. Dei due fratelli il secondo, Maro, è ancora un bambino ma non gli importa, né importa a nessuno, che debba lasciare la scuola per iniziare la vita lavorativa, orgoglioso com’è di assumersi una responsabilità e di aiutare la madre malata. Anche una ragazza che fa l’operaia, con cui Hossam inizia una sorta di affair, racconta di essere entrata nello stabilimento quando faceva le elementari, dopo che la madre lì era morta. Si tratta di una fabbrica di fantasmi, come anche detto scherzando tra gli operai in mensa.
La denuncia di una piaga sociale in un paese come l’Egitto, dove pure il lavoro minorile è vietato per legge, è forte, eppure il regista non si ferma al puro aspetto di impegno civile, alla semplice retorica. Evita di fare un’opera alla Loach, o alla Cantet o Guédiguian. Come i due fratelli protagonisti indossano alternativamente t-shirt di supereroi americani, Flash e Batman, The Settlement adotta gli stilemi del cinema di genere, inquadrando il tutto in un contesto torbido, di criminalità, di risse tra bande rivali, di traffico di stupefacenti. Il film usa una narrazione di svelamenti, di progressivi elementi narrativi che si chiariscono, come la verità sulla morte del padre, il passato di spacciatore di Hossam, finanche l’identità della ragazza che gli fa telefonate anonime. Pienamente riuscita è anche la caratterizzazione dei personaggi, in particolare nelle dinamiche famigliari che si instaurano in una famiglia monca, mancante da poco del padre, tra i due fratelli, che peraltro hanno una notevole differenza di età, e tra ciascuno di loro e la madre. Qui Mohamed Rashad sceglie di filtrare tutto attraverso la dimensione privata, le dinamiche famigliari e interpersonali dei personaggi. In ciò adotta anche una drammaturgia del fuori campo. Non gli interessa mostrare il sasso lanciato nello stagno, la morte del padre, epicentro drammaturgico di tutto, quanto le increspature della sua superficie, i riverberi di quella tragedia che si diffondono tra famigliari e colleghi.
Il grande intento del regista è catturare l’immensità di questo complesso industriale, una cittadella, una spianata di cemento che si perde all’orizzonte, tra ciminiere, macchinari polverosi, paragonabile alla Morte Nera di Guerre stellari. Un mondo a parte, che sembra vivere con leggi tutte sue, soprusi, disciplina, omertà, e ignorare la vita di fuori. Una megamacchina dove si può entrare in tenera età, in rotazione a un genitore deceduto, e passarvi la vita in attesa di un’altra eventuale sostituzione. Una dimensione dell’anima che avvolge i protagonisti. Con The Settlement Mohamed Rashad si insinua nelle pieghe più oscure della società egiziana, offrendo uno spaccato di una realtà di lotta per la sopravvivenza, dove la speranza e la dignità umana lottano contro la durezza della vita quotidiana e le ingiustizie di un sistema che sembra inghiottire tutto.
Giampiero Raganelli









