Fama e Potere
Per una volta si potrebbe partire da dove nasce tutto, ovvero dalla casa di produzione. L’ormai famosa A24 ha già da qualche tempo segnalato la propria presenza sul mercato cinematografico, portando una ventata d’aria nuova (indipendente) in un mondo di pertinenza dei grandi studios. Tutto perfetto, compresa una certa propensione al rischio con materiali narrativi spesso estremi o comunque fuori dall’ordinario. Solo per questo meriterebbe elogi, dimostrando un certo menefreghismo per il riscontro economico, anteponendo il prodotto artistico a tutto il resto. Il pericolo principale rimane quello di fossilizzarsi sul “famolo strano” (il buon Carlo Verdone ci perdonerà), previlegiando l’apparenza piuttosto che la sostanza.
Anche Opus – Venera la tua stella, uno dei tanti parti recenti della A24, si colloca in una posizione abbastanza border-line. Nel senso che l’idea di partenza, forte ed incisiva, nel corso del film si appiattisce in una coazione a ripetere che alla fine risulta prevedibile e a cui manca la decisione per proiettare il lungometraggio stesso verso un’altra dimensione qualitativa. Non stiamo comunque parlando di una visione particolarmente indigesta, anzi. L’esordiente Mark Anthony Green ce la mette tutta per rendere l’esperienza spettatoriale di Opus (s)gradevole, trattandosi di un’opera che scivola gradatamente nell’orrore più assoluto. Esplicitando poi una lettura politica con l’equazione fama/onnipotenza che potrebbe ricordarci una personalità molto attuale nella politica statunitense le cui iniziali sono E.M. (aiutino). Eppure, al termine della visione, si ha la non troppo piacevole sensazione del già visto, nella vicenda della giovane redattrice di una rivista musicale approdata alla corte – e che corte! – di tale Alfred Moretti, star musicale che nell’occasione intende presentare il suo nuovo, rivoluzionario, album discografico. Seguiranno, ovviamente, disavventure di vario genere. Quasi tutte in precario bilico sul filo sottile che separa realtà e follia assoluta.
Opus, come testimonia un finale da non rivelare, mette in scena quelle dinamiche psicologiche che portano alla conquista del potere. Innanzitutto sulle menti altrui, così tenere e malleabili. E tale prerogativa rappresenta, forse, l’aspetto maggiormente inquietante di un film che poggia quasi completamente sulle spalle del cast. Ayo Edebiri (nella parte della giovane giornalista aspirante scrittrice Ariel Ecton) si conferma talento generazionale della recitazione mentre John Malkovich (il guru Alfred Moretti) gigioneggia alla grande in un ruolo che pare cucito addosso alla sua debordante vis attoriale.
Mark Anthony Green, dal canto suo, non è Ari Aster, anche se vorrebbe imitarne lo spirito di fondo. Un’opera radicale e perciò indimenticabile quale Midsommar resta abbastanza lontana, anche se Opus fa il possibile per ricrearne la malsana atmosfera. Ma gli intenti satirici, certamente evidenti, vanno a segno ad intermittenza, rendendo Opus un’opera riuscita solamente a metà.
Daniele De Angelis









