Sirene a caccia di squali
È l’oscurità delle profondità che ci tiene lontani dall’oceano, o la paura di dover accettare di non essere realmente sirene? Si tratta di una domanda lecita nel contesto di Titanic Ocean di Konstantina Kotzamani, uno dei tanti gioielli della sezione Un Certain Regard del 79º Festival di Cannes.
Dopo gli sforzi fatti da Deep Sea — questo il nome in codice dell’enigmatica protagonista dai capelli viola — per assicurarsi che l’oceano, terrificante luogo di naufragi sepolti, resti relegato agli abissi del suo inconscio, la risposta è una combinazione di entrambi gli scenari. Ci troviamo a Kyoto, in una prestigiosa realtà distopica che ci ricorda come la risposta a qualsiasi necessità atipica sia andare in Giappone, dove la società ha probabilmente previsto un modo per soddisfarla. Un collegio per aspiranti sirene, la cui divisa scolastica consiste in capelli colorati, pinne artificiali e brillantini, e il cui obiettivo didattico consiste nel costruire artificialmente la propria persona per avvicinarsi il più possibile a vendere la fantasia in questione. È vivendo questa bugia che Deep Sea ha scelto di esorcizzare la propria paura ancestrale, affrontandola alle proprie condizioni in un contesto controllato. E per le altre ragazze? Beh, gli acquari più famosi del mondo non assumono la prima ragazza che mostra interesse nel trasformarsi in una melodiosa figura mitologica, ed è solamente naturale che esista un percorso di formazione adeguato alla propria ambizione — oltre che al portafogli dei genitori. Questi ultimi, comprensibilmente scettici, avrebbero in serbo altri piani per le figlie: “I sogni sono per ragazze deboli in un mondo moderno di donne forti che fanno soldi a palate”.
Tutto quello che vi serve sapere su Titanic Ocean potrebbe essere racchiuso nell’esilarante risposta della preside: “le donne forti, in realtà, sono quelle che generano le onde”. Questo l’entusiasmante contesto in cui si svolge il film della regista greca, la cui anima è indissolubile dalle sue atmosfere barocche. Come ci insegna la storia, ogni realtà scolastica che si rispetti è in pericolo di venire messa a soqquadro da nuovi alunni dalla personalità misteriosa. Titanic Ocean non fa eccezione. Nel mondo delle aspiranti sirene i conti si saldano trattenendo il respiro più a lungo; una sfida a braccio di ferro acquatico che si consuma faccia a faccia, mettendo la testa in una boccia piena d’acqua. “Inspira, espira; controlla il battito”. Ma è tutta una distrazione, un diversivo cinematografico basato su un’estetica impreziosita e una metafora che, in alcuni momenti, si prende troppo sul serio, destinata a respingere chi la sottopone a un’analisi letterale. Perché in fondo, nonostante le fisiologiche scaramucce scolastiche, non ci sono veri antagonisti: come può una semplice “Ashley” ambire ad ostacolare il percorso di promesse dell’oceano come Deep Sea, annunciata regina delle profondità, o Eternal Sunset, condannata dal trauma della morte dei genitori a inseguire i tramonti in ogni orizzonte? È il mondo reale, quello da cui le aspiranti sirene fuggono, il vero motivo di questo viaggio. Le ragazze che trovano rifugio nell’istituto hanno perso la voce, le gambe, la strada, ma non la voglia di appartenere a qualcosa. L’intero ecosistema accademico è una metafora dell’oceano, un luogo che offre loro riparo dal mondo, in cui i suoni si propagano ovattati e il movimento è permesso solo tramite sinuose propulsioni. Una facciata rassicurante a scopo riabilitativo per prepararsi nuovamente alla vita, dove leccarsi le ferite e immaginare un futuro in una vasca fatto di colori, spettacolo e ammirazione. “La vita fa schifo, se non sei una sirena professionista”, rivela Yokohama Blu durante una sessione di doom-scrolling su un social network il cui algoritmo è stato monopolizzato da contenuti distopici (e probabilmente generati artificialmente) a tema acquatico. Ma anche negli acquari nuotano gli squali, e la storia inizia veramente a rivelarsi quando Deep Sea si scopre attratta da Kotaro, l’insegnante di nuoto, e decide che il modo migliore per rompere il ghiaccio sia rimanere sott’acqua così a lungo da svenire, in modo da subire un rianimazione bocca a bocca. Un bacio che cambia tutto, perché si sa (o forse no, ma il film ha la premura di spiegarlo) che gli squali possono sentire il cuore delle sirene.
A tutti gli effetti, il film è un twist sul sempreverde teatro cinematografico delle scuole di ballo, tassanti fisicamente e psicologicamente: una gara di fine anno per cui prepararsi, una preside esigente. Ci vengono presentati tutti gli elementi di una spirale accademica discendente, dove le intense coreografie che vanno di pari passo con le imminenti crisi di nervi vengono sostituite da esercizi di respirazione, di canto e di rilassamento collettivo, che risultano terapeutici tanto per i suoi personaggi quanto per lo spettatore. “Controlla il tuo battito, ammorbidisci il cuore”. Le scenografie servono su un piatto d’argento i meriti di una fotografia preziosa e sognante, che assieme alla colonna sonora atmosferica assottiglia la linea di demarcazione tra oceano e mondo reale, facendo sentire lo spettatore sott’acqua per buona parte della visione. Per essere cinema di seduzione, tuttavia, manca sorprendentemente di quella funzionale patina di erotismo, criticità che si aggiunge alla lettura semplice dietro la metafora del suo soggetto.
Tuttavia, Titanic Ocean cade in piedi perchè non si presta a essere il tipo di film che ci si scrolla di dosso, ma piuttosto che ci si lascia asciugare sulla pelle al sole, e solo in seguito decidere se non fosse tutto solo un frivolo e pretenzioso sogno pop cinematografico illuminato da luci al neon. La classe con cui transiziona irrimediabilmente nel territorio fantasy, dopo aver speso metà della sua durata a convincere lo spettatore che si tratta tutto di una farsa, è semplicemente spiazzante. È solo allora che torna in mente il mito di Odisseo, e la vera natura dietro al melodioso canto delle sirene fa finalmente breccia anche in questa storia di formazione. Titanic Ocean lascia cadere la maschera, rivelandosi uno strutturato esercizio di stile sui generis, ben più profondo e concettuale di quanto celasse inizialmente. L’assenza di una reale necessità narrativa impedisce, paradossalmente, alla cospicua durata di 132 minuti di pesare, lasciando che le emozioni catartiche che ambisce a costruire scivolino addosso come acqua. Bellissimo. Dopotutto, citando le sagge parole del maestro Kotaro: “Non c’e niente di più affascinante di una sirena che seduce uno squalo”, a cui aggiungeremmo “e che si riconquista la libertà”.
Alessio Vinciguerra








