Nessuna speranza
Una carriera tutta passata per la Croisette quella del filmmaker sudcoreano Na Hong-jin, la cui, rada, filmografia ha sempre avuto ospitalità a Cannes dove è stato scoperto nel 2008 con The Chaser, il film definitivo sui serial killer, ricordato come memorabile proiezione di mezzanotte. Quindi i suoi successivi film, The Yellow Sea (2011) e The Wailing (2016), sono stati presentati rispettivamente a Un Certain Regard e Fuori Concorso. C’erano tutte le premesse quindi per il suo approdo nel Concorso ufficiale che è avvenuto a Cannes 2026 con il film Hope, presenza apparentemente dissonante nel salotto buono del cinema d’autore: un’opera di genere, fracassona e ipercinetica. Eppure, è proprio un film come questo a dimostrare quanto sia labile la separazione tra cinema d’autore e cinema di genere, elevando il secondo attraverso scene mozzafiato e una narrazione performante, ma avvicinandosi anche a ciò che accade quando del genere si impossessano autori imprevedibili come Bruno Dumont.
Siamo in una piccola località costiera della Corea del Sud, Hope Harbor, a ridosso della Zona demilitarizzata. Il ritrovamento della carcassa smembrata di una vacca richiama l’intervento del goffo capo della polizia locale, Bum-seok, affiancato dal cugino Sunk-ki. Inizialmente si ipotizza l’attacco di una rara tigre dell’Amur, il cui areale si estende dalla Siberia alla Corea. Ma addentrandosi sempre più nella cittadina, il poliziotto si trova davanti a uno scenario di carneficina: alle mucche dilaniate si aggiungono corpi umani smembrati e una devastazione generalizzata. Diventa evidente che soltanto una creatura mostruosa possa essere responsabile di un simile disastro, creatura che infatti erompe improvvisamente in tutta la sua terrificante imponenza, seguendo la lezione dei grandi monster movie come il classico Godzilla o Lo squalo di Spielberg. La bestia sembra invincibile: velocissima, imprendibile. Eppure, i protagonisti riescono ad abbatterla. Negli interminabili istanti che precedono il colpo di grazia, si consuma uno scambio di sguardi tra il poliziotto e il mostro, quasi che quest’ultimo implorasse pietà e il primo esitasse nel riconoscere davanti a sé una creatura vivente, forse persino senziente, di cui sta per decretare la fine. Tutto questo avviene dopo appena tre quarti d’ora di film e senza che venga fornita alcuna spiegazione — razionale, fantastica o fantascientifica — elemento che rende persino difficile attribuire con precisione l’opera a un genere definito.
Na Hong-jin lavora per distillazione degli stereotipi, depurandoli da ogni fronzolo in nome di un cinema che proceda come puro spettacolo visivo. E in quello scambio di sguardi si concentra un’intera storia della rappresentazione del diverso, dell’alieno e del mostro come figure capaci di rivelare un’umanità recondita. Esiste una bio-filmografia sterminata su questo tema, dalla celebre novella fantascientifica Sentinella di Fredric Brown fino allo stesso film precedente di Na Hong-jin, The Wailing. Certo, nel protagonista prevalgono il senso di sopravvivenza e l’urgenza di eliminare una minaccia. Ma forse esiste una ragione che ha spinto il mostro a quella carneficina. Alimentazione? Istinto di sopravvivenza? Nulla viene realmente chiarito.
Na Hong-jin torna a una sua peculiarità narrativa: anticipare ed eludere i meccanismi spettatoriali, riaprendo improvvisamente giochi che sembravano conclusi. In The Chaser, per esempio, la cattura del serial killer avviene molto presto nel film, dando l’impressione che sia già terminato; ma la successiva fuga dell’assassino rilancia immediatamente la tensione. Appare inevitabile che il mostro abbattuto possa avere compagni o simili. A suggerirlo è anche un testimone incredibilmente folkloristico, dettaglio che da solo chiarisce bene le reali intenzioni del film. La calma dura pochissimo e l’opera precipita in una continua vertigine apocalittica: un combattimento vorticoso e adrenalinico, persino a cavallo come nobili cavalieri, senza esclusione di colpi, nel solco dei grandi classici ipercinetici del genere come Aliens e Starship Troopers, ma anche vicino allo slapstick surrealista dei cartoon di Tex Avery, al di là delle critiche rivolte alla brutta CGI. Affiorano inoltre abbozzi di narrativa fantasy nelle figure di due creature aliene dai tratti principeschi, palesemente ispirate ad Avatar e modellate sulle sembianze di Alicia Vikander e Michael Fassbender. È solo una vaga indicazione di una possibile saga fantasy intergalattica, un semplice segnale ancora indefinito che richiama nello spettatore mille altri film. Lo stesso accade con l’enorme astronave alla deriva che compare in modo del tutto estemporaneo verso la conclusione.
Na Hong-jin fa così sprofondare tutto in un senso del grottesco vicino ad alcuni lavori di Bruno Dumont: le vacche dilaniate, l’ispettore sciocco immerso nella piccola comunità rurale riportano inevitabilmente a P’tit Quinquin. E, come spesso accade nel genere di riferimento, non mancano sottotesti e implicazioni politiche. Oltre al discorso sul diverso di cui sopra, il film è ambientato vicino alla Zona demilitarizzata e mette in scena una devastazione totale, quasi uno stato di guerra permanente che appare coerente con il mondo contemporaneo. Tra blockbuster hollywoodiano e decostruzione del genere spinta ai limiti da Dumont, Na Hong-jin si colloca così in una posizione intermedia: distante dalla piattezza del primo, ma senza raggiungere fino in fondo le vette di burlesque apocalittico del secondo.
Giampiero Raganelli









