The Other Side of the Wind

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9.0 Awesome
  • voto 9

Cinema e vita

Uno degli eventi più importanti di questa 75° Mostra d’Arte Cinematografica di Venezia è indubbiamente la proiezione – Fuori Concorso e come evento speciale – in anteprima mondiale di The Other Side of the Wind, capolavoro inedito di Orson Welles (a breve presentato anche su Netflix), i cui materiali sono stati montati diversi anni dopo la morte del regista seguendo alcune indicazioni che lo stesso aveva trascritto su di un diario. Non solo, dunque, per il suo completamento postumo, ma anche per i contenuti e per il suo significato intrinseco, The Other Side of the Wind può di diritto essere considerato il suo testamento artistico, nonché una vera e propria dichiarazione d’amore al mondo della Settima Arte.
Sei anni di riprese (dal 1970 al 1976), quasi dieci di post produzione (terminata solo poco tempo prima della morte del regista, avvenuta nel 1985), la presente pellicola non ha fatto altro che incontrare fin dall’inizio una serie di difficoltà produttive che poco hanno fatto sperare nella realizzazione di un prodotto finale. Eppure, alla fine, fortunatamente non è stato così. Nella storica cornice del Lido di Venezia, dunque, ha preso il via un’opera metacinematografica che, fin dai primi minuti, si presenta quasi come un flusso di coscienza: poco ci mettono i vari protagonisti a presentarsi e a illustrare i loro ruoli. Già dopo i primi minuti, vediamo una nutrita troupe cinematografica – con tanto di critico al seguito – presa nella realizzazione dell’ultimo film del controverso regista J. J. Hannaford, il quale, con la presente opera, conta di rientrare in pompa magna all’interno del sistema hollywoodiano. Un montaggio frenetico (ultimato, secondo le indicazioni dello stesso Welles, da Bob Murawsky) ci mostra, così, tutti i passaggi, gli intoppi e le discussioni che avvengono durante la vita su un set. Al via, dunque, a un linguaggio libero e apparentemente fuori dagli schemi, dove il formato 4:3 si alterna al 16:9 (riguardante i momenti in cui vengono proiettati i giornalieri per la troupe), dove il colore lascia, di quando in quando, il posto al bianco e nero e dove un linguaggio documentaristico (frequenti sono le interviste ai membri della troupe stessa) ben si amalgama a una messa in scena tipica della fiction.
Nel cast, molte delle persone che per il grande cineasta hanno avuto importanza nel corso della vita: da Peter Bogdanovic (lui su tutti non sarebbe potuto mancare) alla sua compagna dell’epoca Oja Kodar, da John Houston a Susan Strasberg.
Il risultato finale è un turbinio di luci e suoni (la colonna sonora è stata composta solo negli ultimi anni da Michel Legrand), in grado di far entrare lo spettatore in un’altra dimensione, offrendogli immagini che si fanno via via sempre più psichedeliche, simili quasi ad allucinazioni. Una sorta di Effetto Notte al limite dell’anti-narrativo e portato all’estremo grazie anche a un montaggio sempre più convulso, sempre più serrato. Non intendeva, Orson Welles, dar vita a una storia semplice e lineare. Non intendeva far sì che venisse seguito un filo logico del discorso. In questa sua importante opera, tuttavia, l’autore si è aperto come non mai, riuscendo a esprimere appieno ciò che per lui è il Cinema. In poche parole, si tratta, molto probabilmente, del suo lavoro più personale. E anche più complesso. Una pellicola dalla bellezza monumentale, di fronte alla quale ci sentiamo tutti piccoli piccoli.

Marina Pavido

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