The Captain

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7.5 Awesome
  • voto 7.5

Il diavolo in corpo

Con le efferate e malvagie azioni delle quali si è macchiato nel corso della sua esistenza, Willi Herold ha contribuito a scrivere alcune pagine nere del passato, stampando a caratteri cubitali il suo nome sui capitoli oscuri e truculenti della vergognosa e purtroppo incancellabile storia nazista. Su di lui e sulla sua coscienza pesa la responsabilità del massacro di centinaia di prigionieri perpetrati nei lager tedeschi. La sua, dunque, è una storia realmente accaduta che, se riletta con attenzione, ha dell’incredibile. La scalata che lo ha portato al potere, consegnandogli il comando e l’autorità per compiere simili atrocità si fa davvero fatica a credere tanto assurda sia stata. Ma purtroppo per l’umanità e per tutti coloro che hanno perso la vita a causa e per mano sua, la scalata al potere che lo ha visto protagonista e le tappe dell’escalation di violenza che lo hanno visto partecipe in veste di carnefice non sono il frutto dell’immaginazione dello sceneggiatore o dello scrittore di turno, ma la triste verità. Perché la realtà spesso può essere più forte e in questo caso feroce dell’immaginazione.
La scelta di Robert Schwentke di riportare la figura di questo “angelo sterminatore” sullo schermo a distanza di vent’anni circa dal documentario per la televisione firmato da Rudolf Kersting e Paul Meyer non ha ovviamente fini apologisti, ma di dura condanna nei confronti delle azioni da lui commesse in nome e per conto di un’ideologia che ha scavato un solco profondissimo e insanabile nella Storia. Di conseguenza, anche se tecnicamente e drammaturgicamente parlando si tratta di un biopic che racconta e mostra una parentesi dell’esistenza di Herold, The Captain va invece ben oltre, trasformando il ritratto di un uomo in un feroce paradigma sull’orrore della guerra e sulle sue conseguenze.
Vincitrice del Premio della Giuria per la migliore fotografia al Festival di San Sebastián 2017 e di quelli per la regia e il migliore attore protagonista nella sezione “Panorama Internazionale” della nona edizione del Bif&st, la pellicola scritta e diretta dal regista tedesco riavvolge le lancette dell’orologio sino all’aprile del 1945, quando oramai il conflitto sta per volgere al termine. Di settimane all’ora X ne mancano ancora qualcuna all’appello per scrivere definitivamente la parola fine alle ostilità e allo spargimento di sangue. Ed è lì, in terra germanica che incontriamo il diciannovenne Herold, che da disertore accusato di sciacallaggio, lontano dal suo battaglione e dai suoi doveri militari, vaga per villaggi e strade rubando ciò che può, fino a quando non trova sul suo cammino l’uniforme di un capitano. Quell’uniforme, una volta indossata, diverrà per lui un lasciapassare per il potere terreno, con tutto ciò che ne consegue. Comincerà, infatti, a presentarsi come capitano dell’esercito nazista che, stando alle sue parole, dovrà condurre un’inchiesta per valutare la situazione del fronte tedesco su ordine dello stesso Führer. Assunta quell’identità assumerà al suo comando un battaglione con il quale darà vita a una scia di sangue e di morti. Il tutto sui resti di una Germania lacerata dalla guerra e della diffidenza generale verso l’esercito e all’insegna di una dubbia moralità che pretende di proteggere la patria tedesca dai suoi distruttori, quella di cui il protagonista stesso è un esponente.
In The Captain, che segna il suo ritorno in patria dopo una serie di esperienze oltreoceano con blockbuster come Red, Flightplan e i due capitoli di The Divergent Series (Insurgent e Allegiant), Schwentke mescola attraverso i toni opposti del dramma e della commedia nera il romanzo di (de)formazione con quello criminale, scavando sino alle radici del male individuale e collettivo per riflettere sulle mostruosità della Storia, sulle barbarie perpetrate, sulla moralità del branco e sulle dinamiche che le regolano. Per farlo, l’autore scrive e mette in quadro un paesaggio disumano di morte e disperazione, agghiacciante e privo di colore, che scaglia il sasso senza ritirare la mano. Con e attraverso di esso, Schwentke dipinge un ritratto in B&N che non ha paura di mostrare, al contrario estremizza all’ennesima potenza la violenza e la crudeltà per arrivare allo spettatore come un pugno assestato alla bocca dello stomaco. Ciò rende il tutto scomodo e a tratti disturbante, quanto basta a chi lo ha concepito e tradotto in immagini per raggiungere il proprio scopo, ossia quello di condannare senza appello e mettere alla berlina il protagonista, le sue folli azioni e quello che ha rappresentato.
E per trasferire sullo schermo tutto questo magma rovente Schwentke lascia che le proprie esigenze autoriali, messe suo malgrado in soffitta negli anni a stelle e strisce dopo i folgoranti esordi (su tutti Tattoo), entrino in contatto con quelle di massa, più squisitamente commerciali. Ciò determina qualche cortocircuito drammaturgico nel corso della timeline, causati proprio dall’incontro/scontro delle due esigenze. Tuttavia, The Captain riesce a rimanere in piedi resistendo ai contraccolpi generati dai suddetti scontri. E il merito di una sceneggiatura che riesce a tenere le fila e a una messa in quadro capace di offrire alla platea soluzioni visive e scene spettacolari degne di nota, a cominciare dall’adrenalinico prologo della caccia all’uomo nel bosco.

Francesco Del Grosso

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