Wolf Warrior II

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4.0 Awesome
  • VOTO 4

La loro Africa

Ventesima edizione del Far East Film Festival, nel bene e nel male. In questo caso nel male. Ma un male “necessario”, se si vuole comprendere verso quali orizzonti si stia muovendo il cinema d’intrattenimento realizzato in Cina con qualche intento, neanche troppo velato, di natura propagandistica. Quest’anno ci sono stati finora ben due film che in tal senso ci hanno colpito. Due grosse produzioni, accomunate peraltro da convergenze a dir poco straordinarie nel plot: l’esaltazione della marina cinese, l’incipit costituito per entrambi i lungometraggi da feroci attacchi dei pirati somali, il ponderato intervento della potenza asiatica in territorio africano per contrastare, pur nel rispetto delle leggi internazionali, gli incontrollabili sviluppi di qualche golpe locale. Uno di questi blockbuster è Operation Red Sea, affidato alle esperte mani dello specialista Dante Lam, voce importante dell’action movie ad Hong Kong: da mettere in conto qui una partenza che vuole rivaleggiare con le imprese dei Navy Seals americani, un corpo centrale alla Black Hawk Down in salsa di soia ed un susseguirsi di nuove missioni in territorio nemico, rappresentate sullo schermo con lo spirito di un videogame sparatutto. L’altro esempio è per l’appunto Wolf Warrior II dell’atletico Wu Jing.

Intendiamoci, la nuova star del cinema di arti marziali in Estremo Oriente viene spesso descritta come una persona simpatica, generosa, estroversa. E non facciamo fatica a crederlo. Ottime testimonianze sul suo conto provengono dal fatto che sia stato selezionato per le prime apparizioni cinematografiche da uno come Yuen Woo-Ping, grande coreografo di scene d’azione che lo aveva notato, giovanissimo, alla Beijing Wushu Academy; come anche dal suo apprezzatissimo impegno in qualità di volontario, all’epoca del terremoto del Sichuan nel 2008. Ciò non toglie che in questo seguito ancora più fracassone del già dozzinale Wolf Warrior lo scopo da lui raggiunto, più o meno coscientemente, sia stato in pratica questo: rendere quasi credibili e a misura d’uomo le imprese compiute da Chuck Norris, nelle pellicole e nei telefilm da lui interpretati.
In Wolf Warrior II si vede il prode Wu Jing combattere per mare, cielo e terra contro gli spietati rivoltosi di un’ipotetica nazione africana e contro quel manipolo di mercenari persino più feroci e apparentemente invincibili, ingaggiati per spalleggiare in loco gli autori del colpo di stato. Ciò che gli vedremo fare nel corso della spericolata missione, come affermato poc’anzi, è roba da far impallidire lo stesso Chuck Norris: sconfiggere combattenti due volte più grossi di lui nel corpo a corpo, guidare veicoli di terra come fossero il Millennium Falcon, evitare missili, abbattere droni, sfidare carri armati e motoscafi d’assalto, addirittura guarire in poche ore da contagi potenzialmente mortali. La sceneggiatura, insomma, è un qualcosa di grana grossa, che in più punti appare risibile anche sotto il profilo delle situazioni belliche. Ma ciò che può risultare senz’altro interessante, a suo modo “esemplare”, è il background ipotizzato per fare da sfondo a questo action indubbiamente “dopato”. Poiché si vede la Cina mostrare i muscoli sul piano dei rapporti con l’estero, dimostrandosi però sempre rispettosa delle regole e degli equilibri internazionali. Confermando così, a livello di politiche cinematografiche, quell’atteggiamento di cui fa bella mostra ormai da diversi anni, un atteggiamento conseguente rispetto alla linea tradizionalmente adottata in quanto a relazioni internazionali, gestione del potere all’interno dei propri confini e protezione di determinati interessi economici, proiettati poi su scala globale.

Stefano Coccia

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