The Portrait

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7.5 Awesome
  • VOTO 7.5

La caduta di Troia, nelle Filippine del secolo scorso

Raffinato nella messa in quadro, penetrante nel suo ritratto apparentemente così demodé della società filippina e costellato di riferimenti colti, The Portrait di Loy Arcenas (Ang larawan il titolo originale) rappresenta un’altra positiva sorpresa di questo 20° Far East Film Festival. Lo si potrebbe definire un musical atipico, non diversamente da Dancer in the Dark (2000) del sempre provocatorio e controcorrente Lars Von Trier o da Johanna (2005) di Kornél Mundruczó, già all’epoca enfant terrible del cinema magiaro. Al pari dei due esempi contemporanei di musical testé citati, The Portrait ha il merito di inserire i pur validi momenti musicali in una partitura filmica diversa, forse più ampia, sicuramente allusiva rispetto a determinate problematiche sociali, esistenziali ed artistiche.

L’artista e la sua coscienza. Questo sembra essere sin dall’inizio il nucleo tematico principale di un’opera cinematografica che si nutre anche di arguti riferimenti classici, riproposti qui in forma straniante, per rendere poi palpabili il disagio e la profonda crisi d’identità da cui era attraversata la società filippina (in particolare nella sua componente borghese medio-alta) alla vigilia della Seconda Guerra Mondiale. Vale la pena porre subito in evidenza la genesi del film di Loy Arcenas, che nasce quale adattamento di un musical datato 1997 ed ispirato, a sua volta, all’opera teatrale di Nick Joaquin intitolata Portrait of the Artist as a Filipino. Un titolo altamente simbolico. Tale, per quel riferimento immediato all’enigmatico quadro dipinto dopo un lungo periodo di inattività dallo stimato e ormai anziano pittore Lorenzo “il Magnifico”, che in questa sua opera-testamento si era voluto ritrarre simultaneamente nei panni del più giovane, vigoroso Enea e del padre Anchise, in fuga dalla città di Troia ormai in preda alle fiamme. Quasi un funesto presagio, considerando che Manila e le Filippine sarebbero state travolte a breve dalla guerra. Ma soprattutto una quasi violenta confessione dell’artista, che in questo curioso autoritratto bicefalo pare volersi raffigurare per un’ultima volta giovane, sebbene con una coscienza invecchiata e disillusa da portare stancamente in salvo, sulle spalle, come fece Enea con l’esausto genitore.

Inquadrato non a caso mai per intero, in modo talvolta un po’ sfocato come anche ponendo un semplice dettaglio o una piccola porzione di tela in primo piano, l’inquietante dipinto è per certi versi il MacGuffin attorno al quale ruotano la costruzione narrativa e formale del ricercato lungometraggio. Vi fanno riferimento più volte, per motivi affettivi, di stima o di pura speculazione economica, i vari personaggi chiamati in causa da un intreccio elaborato, che propone comunque quale epicentro emotivo le difficoltà esistenziali delle sorelle Candida (Joanna Ampil) e Paula (Rachel Alejandro), ossia due dei quattro figli (le meno inserite in società, tra l’altro) del quotato artista; attorno a loro vediamo muoversi, ai ritmi di musiche e parti cantate che paiono sospese nel tempo, una piccola corte dei miracoli composta da parenti avidi, stimabili professionisti, popolari volti dello spettacolo, scalcinati pianisti da vaudeville e altri esempi di varia umanità. Uno sfaccettato quantunque decadente concentrato di ambienti dell’alta, media e piccola borghesia, insomma, da cui si ricava in ogni caso l’impressione di un mondo al tramonto. E tale sensazione viene ogniqualvolta ribadita e amplificata, in modo accorto, dalla dimensione spiccatamente agorafobica che caratterizza il musical stesso, con la maggior parte delle scene girate all’interno della grande casa dove le due sorelle vivono assieme al padre malato, ed i pochi esterni capaci di comunicare soltanto ansia e spaesamento. Come a presagire i venti di guerra ormai vicini, in una cornice ambientale che lascia poi malinconicamente immaginare, per questo microcosmo famigliare sempre più traballante e precario, la futura resa.

Stefano Coccia

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