Suspiria

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4.5 Awesome
  • voto 4.5

Sospiri e nostalgia

Una giovane studentessa di una prestigiosa scuola di danza viene brutalmente e misteriosamente uccisa. Il sangue sgorga a litri. Si tratta di un sangue rosso acceso, quasi irreale, data la sua singolare tonalità. Contemporaneamente, luci rosse e verdi pervadono la scena. E il tutto diventa subito cult. Questo accadeva nel lontano 1977, quando il maestro dell’horror Dario Argento realizzò Suspiria, per la fotografia di Luciano Tovoli, il quale, grazie anche alle sopramenzionate scelte cromatiche, è riuscito a far sì che un prodotto come il presente diventasse un vero e proprio caso all’interno del panorama cinematografico mondiale. Passano diversi anni. Siamo, stavolta, nel 2018. All’interno della medesima scuola di danza un’altra promettente studentessa (o meglio, la stessa studentessa nella versione odierna) viene uccisa da forze misteriose. Il suo sangue è scuro. Troppo scuro. Eccessivamente carico. Le luci tendono sempre, di quando in quando, a virare al rosso o al verde, ma con toni, al contrario, ben più smorzati. E questo è ciò che accade nella nuova versione di Suspiria, remake della celebre pellicola di Argento firmata Luca Guadagnino – il quale già da tempo aveva in cantiere un simile progetto – e presentata in Concorso alla 75° Mostra d’Arte Cinematografica di Venezia.
Anche qui, come nel film di Argento, assistiamo alle inquietanti vicende della giovane Susie, giunta in Germania, al fine di formarsi come ballerina di danza classica. Anche qui assistiamo alla misteriosa sparizione prima e alla brutale morte poi di alcune delle allieve dell’accademia. le sopracitate differenze visive e le diverse scelte cromatiche, tuttavia, rendono solo vagamente l’idea di come questo ultimo lavoro di Guadagnino si differenzi dalla precedente pellicola di Argento.
Se, infatti, le singolari scelte di Tovoli ci fanno capire quanto si voglia incentrare l’attenzione sull’aspetto splatter in sé, dando vita a effetti speciali del tutto innovativi, il voler saturare a tutti i costi il colore del sangue all’interno della pellicola di Guadagnino, rende bene l’idea di come, nel voler realizzare il sopracitato remake, pur di differenziarsi dall’opera di Argento e di creare a tutti i costi qualcosa di strettamente soggettivo, si sia caricato tutto eccessivamente, dalle scene splatter, alla dilatazione dei tempi, dalle numerose componenti tirate in ballo (in questa versione di Guadagnino viene fatto riferimento anche alla tragedia dell’Olocausto), fino ad arrivare, addirittura, quasi a una sorta di contaminazione di generi, dove la componente horror non è più prerogativa del regista, ma, al contrario, viene tirato in ballo anche il dramma storico e personale di alcuni personaggi nello specifico. E, di fatto, tali scelte potrebbero sembrare anche interessanti. Ma perché, allora, questo ultimo lavoro di Guadagnino proprio non è riuscito a cogliere nel segno? Semplice: quando il desiderio di strafare e di far sentire la propria mano in modo così evidente hanno la meglio, si finisce per perdere di vista le iniziali intenzioni, facendo sì che l’intero prodotto perda totalmente di mordente e, alla fine dei giochi, non riesca a sviluppare a dovere nessuno dei precedenti elementi tirati in ballo. Ed ecco che, dunque, ci troviamo di fronte a un’opera dai ritmi eccessivamente – e ingiustificatamente – dilatati, dove si arranca per più di due ore per arrivare al dunque, finendo per accelerare il tutto appena pochi minuti prima della conclusione. Nel frattempo, una serie di carrellate e lente e compiaciute panoramiche fanno il resto, spezzate soltanto da alcune riuscite scene, come il momento in cui – con un buon montaggio alternato – vediamo la protagonista esibirsi in un frenetico ballo e, nel contempo, la sua amica in balia di forze sovrannaturali che imita i suoi stessi movimenti, frantumandosi tutte le ossa. Eppure, anche i momenti esteticamente più interessanti e maggiormente riusciti, di fatto non riescono a convincere fino in fondo. L’impressione che si ha, infatti, è quella di un voler mostrare a tutti i costi il proprio talento, senza avere realmente a cuore ciò che si sta mettendo in scena. Quasi come se si stesse svolgendo un compitino in accademia al fine di ottenere un buon voto e poter passare alla fase successiva.
Non c’è alcuna tensione, dunque, quando si arriva al tanto sospirato climax. Non c’è tensione, ma solo suggestive immagini virate al rosso di donne impegnate in inquietanti rituali. Ormai, ciò che durante i primi minuti del film aveva iniziato a inquietarci è svanito del tutto. Segno che, pur avendo una buona padronanza del mezzo cinematografico da un punto di vista prettamente tecnico, basta ben poco a lasciarsi sopraffare dal desiderio di strafare. Segno che l’horror, a quanto pare, non è affatto il campo di un regista come Luca Guadagnino. Ciò che resta è solo una forte nostalgia per la pellicola di Dario Argento. Un vero e proprio cult di genere, di cui, forse, non si sentiva neanche realmente l’esigenza di un remake.

Marina Pavido

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