Poesia delle immagini per una intelligente parabola ambientalista
C’è ancora spazio per un’avventura d’altri tempi nel nostro mondo ipertecnologico e fin troppo connesso. Ci sono ancora dei sognatori che cercano di pensare a prescindere dal dio denaro e dall’immediatezza del successo o della convenienza personale. Uno di questi è l’ornitologo Christian (Jean-Paul Rouve) che si pone come scopo quello di salvare una specie di oche in estinzione. Le rotte migratorie di questi volatili, infatti, sono minacciate nientemeno che dall’uomo, poiché sulla via trovano ormai cavi dell’alta tensione, aeroporti, nubi inquinate. La soluzione è quella di studiare un percorso alternativo, il più possibile sgombro da ostacoli, che possa realmente permettere agli animali di sopravvivere al viaggio e di prosperare nuovamente. Il piano di Christian è quello di allevare un primo stormo di esemplari apripista, condurlo in Scandinavia con un furgone e da qui, acquisito il peculiare ruolo di “genitore” delle oche, decollare con un deltaplano a motore e far sì che queste lo seguano fin nel sud della Francia, memorizzando in tal modo la nuova rotta da lui studiata così da riutilizzarla e trasmetterla in futuro. E’ un’idea di difficile realizzazione, ambiziosa e frenata da un altro male della società: la burocrazia. Aggirata quest’ultima con uno stratagemma per nulla legale, e in barba a un direttore del museo di storia naturale poco incline a promuovere idee che non siano prontamente redditizie, Christian si mette all’opera.
Durante la delicata preparazione della missione, nel suo rifugio in una palude della zona della Camarga, sul delta del Rodano, si fa viva la ex moglie Paola (Melanie Doutey) che gli affida per l’estate il loro scontroso figlio adolescente Thomas (Louis Vasquez). Questi si trova in quello che per lui è un vero inferno: non può usare i videogiochi, di fronte ai quali passa molte ore, non ha la possibilità di usare sempre Internet e l’immancabile smartphone e, oltretutto, il padre gli chiede di aiutarlo a far schiudere le uova delle oche che dovranno affrontare l’impresa e perfino di contribuire al loro addestramento.
Con il passare delle settimane, Thomas scopre però che oltre all’alienante tecnologia e agli ambienti cittadini esistono realtà molto più gratificanti, rapporti umani più autentici e fatiche che restituiscono il piacere di vivere. Quando Christian si trova sull’orlo del fallimento, rovinato anche dalla sua condotta troppo disinvolta nei confronti delle regole, è proprio Thomas che, a sorpresa, prende con decisione le redini della situazione, conduce con sé le oche a cui si è molto affezionato, e si lancia in una rischiosa avventura che può finire in tragedia o può donare a suo padre uno dei suoi più grandi successi.
Nicolas Vanier, già regista nel 2013 di Belle e Sebastien, realizza Sulle ali dell’avventura, ancora un film poetico, di grande forza visiva e inquadrature ampie, fatte di paesaggi maestosi, incontaminati. Una vicenda che parla del rapporto fra l’uomo e la natura, fra gli esseri umani e gli animali i quali, come spesso accade, hanno da insegnarci molto sul mondo in cui viviamo e che sempre più sottoponiamo a uno sfruttamento incessante, guidati solo dalla prospettiva del fatturato. Per loro e per il futuro del pianeta, invece che per i soldi e per il nostro piccolo benessere, probabilmente vale la pena di rischiare tutto, anche la vita. Si tratta di una bella storia ambientalista (che forse avrebbe giovato di un minutaggio un po’ più contenuto e di qualche dialogo meno ingessato) in cui è un adolescente a togliere gli adulti dall’impasse in cui burocrazia e leggi stringenti, che finiscono addirittura per decretare il potenziale abbattimento delle oche, sembrano impossibili da superare. Ed è sempre Thomas che deve restituire coraggio a Christiane il quale, freddamente, vorrebbe tagliare le ali agli animali, semplicemente considerati un “progetto fallito” proprio da quell’uomo che ha architettato tutto e che, forse, è sfiancato dalla società in cui viviamo e che quelle stesse ali cerca di tarparle anche ai sogni. Nell’anno in cui Greta Thurnberg viene eletta personaggio dell’anno dalla rivista “Time”, questa scelta non sembra un caso. Come non lo è la citazione della celebre fiaba svedese di Nils Holgersson, il ragazzo crudele con gli animali che, rimpicciolito e costretto a volare con le oche, apprenderà da esse una grande lezione di vita che gli permetterà, tornato normale, di essere un uomo migliore.
La pellicola è ispirata sì alla figura del vero ornitologo Christian Moullec, che con il suo deltaplano a motore, negli anni ’90, ha salvato le lombardelle insegnandogli nuove rotte migratorie, ma preferisce rappresentare il protagonista come una sorta di scienziato pazzo, uno studioso-eremita che sembra ammantato di follia nel suo saio che usa durante l’allevamento dei volatili. Probabilmente la scelta di Vanier, egli stesso giramondo ed avventuriero, vuole mettere visivamente sullo schermo la strana situazione in cui si trovano coloro che cercano di andare controcorrente, osservati con perplessità, scherno o perfino timore dal resto della comunità consumista e frettolosa. Nonostante questo, durante il film, è evidente come il regista voglia credere nelle persone, soprattutto nelle nuove generazioni, le quali spesso hanno bisogno semplicemente di essere ispirate, rassicurate sull’idea di non essere sole e di appartenere a una grande colletività. E’ ancora possibile quindi entusiasmarsi e lottare per qualcosa di giusto, costringendo così al cambiamento, con una spinta reale e dal basso, anche quei personaggi che ci credono meno o che hanno pochi interessi a cambiare direzione, pazienza se la loro approvazione dell’ultimo momento sa di ipocrisia, l’importante è battersi.
La guardia va tenuta alta però. Il film ce lo ricorda quando propone le disarmanti statistiche sull’avanzare del cemento e sulla continua estinzione delle specie, un quadro tetro di fronte al quale è necessario aver presente un saggio proverbio indiano: “non abbiamo ereditato il mondo dai nostri padri, ma lo abbiamo preso in prestito dai nostri figli“.
Massimo Brigandì









