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Kneecap

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VOTO: 8,5

Un travolgente Sex, Drugs & Hip-Hop Biopic

Realizzato nel 2024, ben presto divenuto “cult” agli occhi di molti (e non non solo in Irlanda o tra gli adepti della cultura hip-hop), un film come Kneecap si è affacciato nelle sale italiane per una regolare (seppur piccola) distribuzione solo ai primi di settembre del 2025; con un certo stupore anche da parte del regista, Rich Peppiatt, al quale abbiamo volentieri rubato la definizione “Sex, Drugs & Hip-Hop Biopic”, proposta con aria divertita nel breve videomessaggio da lui indirizzato, in quella occasione, agli spettatori del Cinema Madison di Roma. Ma perché ridursi a parlare del film proprio ora? Vista l’insolenza dei personaggi da noi ammirati sullo schermo, “per fancazzismo” non sarebbe forse una risposta troppo audace. Preferiamo però parlare di particolari “congiunzioni astrali”. O per essere meno enigmatici, a colpirci è una particolare coincidenza: mentre la nazionale italiana di calcio si gioca il primo step della qualificazione ai Mondiali proprio con l’Irlanda del Nord (e tale lungometraggio è ambientato a Belfast),  il 25 marzo 2026 ha avuto inizio a Roma con Christy di Brendan Canty in prima serata la 17esima edizione dell’Irish Film Festa, diretta come sempre da Susanna Pellis.

Ulteriore trait d’union, al Madison era toccato proprio alla direttrice artistica del festival introdurre la già menzionata proiezione di Kneecap, affidiamoci pertanto alle sue parole di allora per inquadrare meglio il film. Ecco un breve estratto del suo intervento: “È stato un vero e proprio caso questo film, sia in Irlanda che in Inghilterra che negli Stati Uniti: primo film in lingua gaelica a essere selezionato per il Sundance dove ha vinto anche un Premio del Pubblico, ha vinto poi ai Premi Bafta in Inghilterra e stravinto in Irlanda al Festival di Galway, mentre in Italia più di recente ha avuto un premio al Giffoni. Questo lungometraggio è la biografia di un trio hip-hop nordirlandese, trio omonimo, per l’appunto Kneecap, che scrive i propri brani in gaelico e ha un forte impegno politico. Il film è come la band, perché è vivacissimo, esplosivo, straveloce, emozionante per quello che racconta e per come lo racconta. C’è molta ribellione, molto impegno socio-politico. Molta sfacciataggine. È un film interamente ‘working class’: direi che questi Kneecap, in tempi in cui siamo ossessionati dal politicamente corretto, asfissiati dal politicamente corretto, sono politicamente oltraggiosi. Sono stati censurati, bannati, denunciati, ma per fortuna continuano a fare musica.

Ecco, proprio dalla programmatica demolizione del “politically correct” vorremmo prende le mosse anche noi, per descrivere un’esperienza spettatoriale rivelatasi coinvolgente e a tratti persino esaltante: impostato da Rich Peppiatt a un ritmo folle, impetuoso, forsennato, in certi momenti persino psichedelico (effetto cui contribuiscono senz’altro le grafiche sullo schermo e altri rapsodici ricorsi all’animazione, fantastica quella a passo uno coi classici pupazzi di plastilina per alludere all’assunzione di sostanze stupefacenti), questo indiavolato racconto cinematografico è un tritacarne dove convergono molte delle problematiche più sentite dalla popolazione, soprattutto giovane, in quell’Irlanda del Nord ancora soggetta ad aspre tensioni sociali ed etniche dopo la tutto sommato recente “pacificazione”. Con uno humour davvero irresistibile e sprazzi di satira graffiante, che non fa sconti a nessuno, vi convergono le dispute per il riconoscimento della lingua autoctona irlandese, il ricordo traumatico dei “Troubles”, l’arroganza della polizia britannica, gli atteggiamenti talvolta non meno ottusi degli irriducibili dell’IRA o di altri gruppi paramilitari che non vorrebbero mollare la presa, persino le baruffe di matrice calcistica (ma con evidenti sottotesti politici) tra chi in merito al campionato scozzese sostiene il Celtic e chi i Rangers.
E poi c’è la musica degli Kneecap, trio composto da Mo Chara, Móglaí Bap and DJ Próvaí (che interpretano se stessi, nel lungometraggio): rime graffianti, slang colorito, comportamenti sopra le righe per minare l’esistente. Raccontate al presente e anche in flashback, le loro peripezie non solo divertono ma conquistano umanamente lo spettatore. E alla straordinaria naturalezza dei tre musicisti di fronte alla macchina da presa va a sommarsi la freschezza dell’intero cast, un eccellente gruppo di attori e di attrici, all’interno del quale non possiamo fare a meno di citare la così tosta presenza di un Michael Fassbender in gran forma.

Stefano Coccia

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