Un musical che celebra l’arte e ripercorre la storia dell’Indonesia
In concorso alla 23esima edizione dell’Asian Film Festival, presentato nell’Indonesian Day, Siapa Dia è l’ultima opera del regista Garin Nugroho (di cui è stato proiettato anche, fuori concorso, l’interessante e pungente esempio di docu-fiction Whisper in the Dabbas), un musical che spazia tra dramma e commedia e ripercorre la storia dell’Indonesia del Novecento narrandola in un parallelo con la storia del cinema nazionale.
Protagonista, la star del cinema Layar (Nicholas Saputra, che interpreta ben quattro ruoli differenti nel corso del film), alla ricerca dell’ispirazione per scrivere un musical sulla storia del Paese. La sua storia è raccontata in voice over, dall’assistente di produzione del film in progetto, e si biforca in due linee narrative, quella del presente di Layar e quella del passato, in cui Saputra interpreta i suoi antenati. Composto da quattro atti, come uno spettacolo teatrale o i capitoli di un libro, Siapa Dia inizia con una bizzarra canzone del caffellatte ed il ritrovamento nella casa avita di una valigia: un contenitore di ricordi, foto, ritagli di giornale, che riportano Layar a connettersi con le storie dei suoi progenitori e del suo Paese. È la partenza per un viaggio nel passato e nelle arti tutte; l’opera di Nugroho è, infatti, molto più di un musical. Intriso sì di musica e danza, segue la struttura di uno spettacolo teatrale od operistico, o di un romanzo o di un poema epico, e racconta al suo interno di pittura (con grandi fondali dipinti come sfondo), di fotografia (i fotografi che scattano immagini di scena), di arti figurative (il disegnatore cui viene chiesto di lavorare al poster di un film). Le arti si mescolano, si intrecciano, formano un tutt’uno inscindibile, mentre scorre la Storia. Quella del cinema, la settima arte, che ingloba tutte le altre, ne diventa summa suprema; e quella dell’Indonesia, passata dal dominio coloniale olandese alla finta liberazione, sotto lo slogan “l’Asia agli asiatici”, dell’occupazione giapponese, fino alla svolta del secondo dopoguerra e ai tragici eventi del 1965.
Sebbene Siapa Dia sia un’opera multimediale e multitestuale, la musica (di Arfin Iyonk, Faizal Lubis, Guntur Nur Puspito) rimane preponderante lungo tutto il film, così come la danza; nel film troviamo esibizioni canore di tipo diegetico, in cui i personaggi inaspettatamente si mettono a cantare, senza musica o con musicisti in scena, ed extradiegetico, che sono i pezzi tipici di un musical tradizionale. Nugroho mescola musica tradizionale e pop, mentre sullo schermo le linee narrative di passato e presente si intrecciano, ben distinte dalla fotografia, pastellata per il passato, più sporca, metropolitana, per il presente. Ma Siapa Dia è soprattutto un omaggio alla settima arte: è il cinema, il contenitore che, come in un gioco di incastri e scatole cinesi, contiene in sé la musica e tutte le arti; il regista pone, tra l’altro, l’accento sulle sue diverse criticità: se oggi l’obiettivo principale per la realizzazione di un film sono gli investitori, nel passato i problemi erano legati soprattutto al clima di censura di epoche dittatoriali. E mentre sullo schermo si canta di “far cadere il sipario”, torna la valigia dei ricordi nel finale, diventata gigantesca dal peso dei racconti narrati che si sono fatti Storia; a testimoniare che, in fondo, tutto è finzione, ed il mondo è un palcoscenico.
Michela Aloisi









