She’s Gotta Have It

0
8.0 Awesome
  • voto 8

Chi sei Nola Darling?

La condizione della donna è un argomento che nel corso del tempo ha offerto spunti di riflessione ed ispirazione ad innumerevoli artisti esponenti di tutte le arti. Anche la settima arte, il cinema, non è rimasta estranea a questo particolare argomento. Molti cineasti, uomini e donne, hanno offerto il loro punto di vista sulla condizione femminile. Tra questi figura anche il grande regista afroamericano Spike Lee. Già nel 1986, agli albori della propria carriera, Lee diceva la sua sulla condizione della donna con il film Lola Darling (She’s gotta have it).
Oggi, autore più maturo e consapevole, riprende la pellicola considerata come il suo esordio cinematografico e ne realizza una serie remake per Netflix.
Fin dalle prime note l’opera di Spike Lee ci colpisce con forza con lo stile caratteristico del regista che parte dal cinema classico per costruire la propria visione vibrante, colorata e controllata in cui tutto torna. È elegante, colto e coinvolgente. Lee, insomma, non rinuncia all’esattezza del cinema che fu, concepito e realizzato all’interno degli Studios, pur filmando e vivendo il mondo al di fuori di esso. La forma della serialità televisiva non annacqua né banalizza lo stile del regista, che anzi trova un buon alveo dove esprimersi. Cinema colto quello di Lee, dicevamo, e questa serie non è certo da meno. La generazione di registi alla quale Spike Lee appartiene è composta da cineasti che sono anche cinefili. I quali studiano i maestri del passato per carpirne i segreti e trarne ammaestramento. Tra i maestri verso cui Lee mostra un debito per questa serie e per il film originale c’è Akira Kurosawa, l’imperatore del cinema giapponese, ed il suo Rashomon (1950). Debito che può essere individuato tra le pieghe della sceneggiatura ed in alcune inquadrature anche senza l’ammissione che il regista fa per bocca della sua protagonista.
Non è peregrino altresí il riferimento ad un altro maestro, Orson Welles, ed il suo Quarto potere del 1941. Il riferimento qui è alla personalità prismatica dei rispettivi protagonisti. Come per Charles Foster Kane anche di Nola Darling (DeWanda Wise) viene presentato il ritratto di un carattere impossibile da incasellare con precisione e rapidità.
Attraverso di lei e i personaggi che le ruotano attorno, e sorretto da un cast ben scelto nel quale spicca la protagonista DeWanda Wise in un ruolo da mattatrice, Lee dipinge un affresco sulla condizione della donna oggi che si amplia ad affresco della comunità afroamericana oggi. Questo è importante da ricordare poiché in questa serie ritorna un altro dei topoi del cinema di Lee: la militanza a favore della comunità afroamericana. Inesausto militante civile, in questo simile a Michael Moore tenendo ferme le dovute differenze, Lee usa lo strumento del bello cinematografico per parlare di temi di stretta attualità, qui oltre alla condizione femminile è la gentrificazione, e, quando è in forma come in questo caso, non manca il bersaglio.

Luca Bovio

Leave A Reply

7 + 3 =