Schegge di Ottanta: Fuga per la vittoria

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Pelé vs. nazisti

Persino quarant’anni orsono sarebbe apparsa come un’idea buona per un fumetto eccentrico. Al contrario, è divenuta una sorta di leggenda cinematografica, un film da tramandare di generazione in generazione. Era l’alba dei magnifici anni ottanta, decennio dove tutto e il suo contrario è risultato possibile. Ancora oggi è considerato il film “calcistico” per eccellenza, e non solo per la presenza di numerose stelle del football dell’epoca. Perché Fuga per la vittoria, oggetto della nostra disamina, è questo e molto altro. Un lungometraggio che parla un linguaggio poetico universale, sul quale tutti, dovunque e in qualunque momento, si possono sintonizzare.
A monte, come riferimento storico ispiratore, pare ci fosse una fantomatica “partita della morte” disputatasi nel 1942 a Kiev tra ufficiali dell’aviazione tedesca e giocatori ucraini. Tuttavia è sempre stato compito del cinema travalicare di slancio la realtà storica, per approdare a differenti vette creative. Ecco quindi un’autentica coalizione arcobaleno, composta da giocatori di differenti nazioni, sfidare nientemeno che la fortissima nazionale tedesca, dopo che l’iniziale sfida tra militari venne cassata per ragioni di propaganda da parte teutonica. Si chiamava – e si chiama ancora – Realpolitik.
Chiunque abbia visto il film ricorda in maniera indelebile la dinamica della partita. Gli altri, i pochi giovanissimi tuttora vergini di visione, si gustino le sorprese insite nell’ultima parte del film. Cioè il momento clou dell’incontro di calcio. Con talenti, celati sotto nomi fittizi, in azione come Pelé, Osvaldo Ardiles, Bobby Moore, Kazimierz Deyna, Paul Van Himst, John Wark – guidati dall’inconsueta figura di player/manager superbamente impersonato da Michael Caine – a confezionare giocate sospese tra possibilità e immaginazione, mantenendo comunque una verosimiglianza calcistica avente tuttora del prodigioso. A dirigere il tutto un cineasta d’eccezione della portata di John Huston; il quale, accantonato almeno per lo spazio di un film il titanico pessimismo antropologico appartenente al suo cinema migliore, si cimenta in sequenze degne di un’epica storica più recente. In fondo solo un’ottantina d’anni sono trascorsi da quel periodo di ambientazione che ora ci appare così remoto.
Il conflitto che mieté più vittime della storia umana. Una tragedia che in Fuga per la vittoria si affaccia solo nella sequenza iniziale, con l’uccisione dell’anonimo prigioniero in fuga, e poi solo evocata, cercando il film di mantenere una tensione morale tutta orbitante attorno alla partita di calcio, interrogandosi su cosa sia giusto fare o meno, prima e durante il match. All’epoca – e forse anche oggi – venne mossa al film l’accusa di aver edulcorato di proposito la barbarie nazista. Discorso veritiero solo in parte. Perché Fuga per la vittoria vuole ancora, anzi pretende con forza, considerarsi latore di un messaggio dal valore altamente pedagogico. Quello di mettere in scena una vicenda sportiva – calcistica nello specifico, e tuttavia “olimpica” nella propria universalità di lettura – che azzeri l’odio bellico e le differenze di uniforme per riportare tutto ad una sfida sul campo di gioco. Nel quale è la tecnica a prevalere, anche su un arbitro chiaramente di parte. E dove può capitare che un ufficiale nazista – peraltro anche primo fautore dell’incontro – si alzi in piedi ad applaudire la prodezza di un calciatore avversario. Una delle immagini del grandissimo e compianto Max von Sydow che preferiamo in assoluto, nonché inscalfibile effige di una visione nobile dello sport in senso totale.
Fuga per la vittoria (Escape to Victory o semplicemente Victory, nei due titoli originali per cui è conosciuto) ci racconta, con la forza della ricostruzione di fantasia, il modo più semplice e popolare in cui si può manifestare un anelito insopprimibile di libertà, di ribellione alla tirannia. E ci fa comprendere l’essenza più pura di ogni disputa sportiva, dove talvolta un pareggio può essere più gratificante di una vittoria. Soprattutto quando si compete ad armi dispari e le forze in campo sono palesemente sproporzionate in ogni senso possibile. Ma si compete, fino all’ultimo secondo. Lo sa bene anche il buon Sylvester Stallone, per l’occasione alle prese con uno dei suoi ruoli maggiormente tridimensionali. In carriera, a dire il vero, non gli è capitato spessissimo…
Tutti elementi che contribuiscono, catarsi finale compresa, a rendere Fuga per la vittoria – realizzato nel 1981 – un oggetto di culto portatore di genuine emozioni nei confronti di chi lo ammira anche a distanza di molto tempo. Tantissimi spettatori, nel corso dei decenni trascorsi dalla sua uscita. A divenire tutt’uno, in nome di un’empatia molto “vecchio stile” cinematografico, con ciò che accade sullo schermo.

Daniele De Angelis

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