Schegge di Ottanta: Casa, dolce casa?

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7.0 Awesome
  • voto 7

Da flop a piccolo classico

Nel cinema di genere – in prevalenza horror – la casa è sempre stata teatro di nefandezze assortite, spesso e volentieri accompagnate da spargimenti di sangue a iosa. Da luogo sicuro per antonomasia (in tempi di pandemia come quelli che stiamo vivendo, non a caso il perentorio invito è quello di rimanere tra le mura domestiche, al riparo dal presumibile contagio) al suo esatto contrario, sorta di “prigione” dalla quale forze superiori impediscono di evadere. Tale assunto non deve essere sfuggito a Steven Spielberg e alla propria, leggendaria, factory produttiva; la quale, soprattutto negli anni Ottanta, diede vita a lungometraggi cinematografici di vario genere assurti, immediatamente o nel corso degli anni, a rango di autentiche opere di culto. Una di queste, ad esempio, è Poltergeist – Demoniache presenze (1982) diretto ufficialmente da Tobe Hooper ma, come vulgata popolare vuole, con la pesante influenza produttiva (e non solo) dello stesso Spielberg. Al quale deve essere sembrata tutt’altro che una cattiva idea realizzare, quattro anni più tardi, una sorta di rovesciamento dello stereotipo di cui sopra, stavolta in chiave commedia. Mal gliene incolse. Perché Casa, dolce casa?, all’epoca fu un flop di incassi a livello memorabile, tanto da prestarsi a maligni giochi di parole, equamente divisi tra critica e pubblico per una volta concordi, con il titolo originale del film, ovvero The Money Pit. Cioè, letteralmente, “Il pozzo di soldi”, giocando di sottile metafora tra soldi spesi e incassati, in palese riferimento alla vicenda diegetica dei due protagonisti, due giovani innamorati in carriera finiti, loro malgrado, nella forca caudina dell’acquisto di una maestosa abitazione in totale sfacelo.
Cosa non funzionò, dunque, all’epoca per decretare l’impietoso successo del film negli States? Paradossalmente tutte ragione che, analizzate ora, fanno di Casa, dolce casa? un piccolo classico del cinema popolare. In primo luogo lo sguardo consapevolmente rétro. Assodato, peraltro, che si tratterebbe di un remake non troppo fedele de La casa dei nostri sogni (1948) con Cary Grant per la regia di H.C. Potter. Comunque, chi ha visto il film provi ad immaginarlo girato una sessantina di anni prima, muto, in bianco e nero e supportato da didascalie. Gli sembrerà estremamente plausibile. Con un nome spontaneo nel ruolo del protagonista: Buster Keaton. Profeta di una comicità tanto immediata quanto estremamente raffinata e dai molteplici significati. E chi troviamo nel ruolo del protagonista maschile nel film diretto da quel Richard Benjamin già antagonista umano di Yul Brynner, in vesti attoriali, nel celeberrimo Il mondo dei robot (1973) di Michael Crichton? Un appena trentenne Tom Hanks. Ancora lontano dai ruoli che decreteranno la grandezza d’attore ma in compenso votato anima e soprattutto corpo, nel periodo, alla commedia, declinata in ogni possibile variante. Nella fattispecie quella squisitamente slapstick, per l’appunto di antica memoria. Tom Hanks (a proposito: auguri di pronta guarigione dal famigerato coronavirus a lui ed alla moglie Rita Wilson) presta a Casa, dolce casa? il suo fisico con un talento ed una generosità senza pari. Vederlo rimbalzare a mo’ di pallina da flipper nella enorme magione cadente a pezzi suscita tuttora un moto di riso fino alle lacrime. Un personaggio, quello di Walter Fielding, cui Hanks riesce a regalare persino sfumature drammatiche in un contesto che più comico sarebbe impossibile immaginare. Se a ciò aggiungiamo un cast di grande valore anche nei ruoli secondari (Alexander Godunov, Joe Mantegna, Philip Bosco, Maureen Stapleton, oltre alla brava co-protagonista Shelley Long), incursioni nel trash ad alto tasso d’ironia del tutto insolite per una produzione a così alto budget (il gruppo canterino delle Macho Girls, il breve ritratto del piccolo Benny, fenomeno musicale vincitore di molteplici dischi d’oro) e soprattutto una curiosa e riuscita operazione socio-politica di livellamento tra classe borghese e operaia (idraulici e falegnami sembrano più ricchi e speculatori di avvocati e company..), ecco che Casa, dolce casa? non può che guadagnarsi, a distanza di oltre trent’anni, il prezioso status di piccolo cult di cinema del buonumore. Anche a dispetto di un lieto fine un po’ sbrigativo ma perfettamente in linea con il genere di appartenenza di un’opera da recuperare e/o rivedere sempre con piacere. Anche perché – è cosa nota – il divertimento genuino rimane per sempre “giovane”.

Daniele De Angelis

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