Jonas

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7.5 Awesome
  • voto 7.5

Il ricordo e la nostalgia

Tra i corridoi dell’ospedale in cui lavora e le case di uomini che non è in grado di amare, Jonas è ossessionato dal ricordo. Approdato qualche giorno fa su Netflix, il film si inserisce in quell’operazione perseguita dalla piattaforma streaming che può essere riassunta dalla “differenza nella continuità”. La differenza emerge fin dalle sequenze iniziali, dove i silenzi sovrastano i dialoghi, gli sguardi prendono il posto delle azioni e le dilatazioni temporali cacciano via i ritmi frenetici delle serie hollywoodiane. Jonas, primo lungometraggio di Christophe Charrier, viene infatti pensato nel 2018 per Arte, rete televisiva franco-tedesca a vocazione europea. Con l’ambizione di prodotto autoriale, tuttavia, il film non spaventa il pubblico giovane, che si identifica nuovamente nelle tinte di un dramma adolescenziale con lo sfondo di realtà forti e inglobanti.
Sono tanti gli elementi che fanno pensare a Jonas come ascrivibile in quella tanto ampia quanto eterogenea categoria di film LGBTQ (la stessa in cui la piattaforma fa rientrare il successo di Guadagnino). Primo fra tutti l’attore protagonista, Félix Maritaud, che ancor prima di approdare sul grande schermo con il film 120 battiti al minuto (storia sul movimento di sensibilizzazione alla lotta contro l’AIDS nei primi anni Novanta) era una star della pornografia gay.
Ma il bullismo e l’omofobia dei giovani compagni di scuola sono risolti in poche scene, mentre la madre di Jonas, pur sospettando l’omosessualità del figlio, non indaga ulteriormente. Ogni accenno di indagine sociale è subito abbandonato, lasciato come un sottofondo di suggestioni. Jonas non è la storia di un ragazzo omosessuale in lite con il mondo. È la storia di un ragazzo innamorato e di un uomo che lotta con la propria ferita.
Nel costante dondolio tra un tempo passato, quello della giovinezza e del suo amore con Nathan, e un tempo presente ed incerto, in cui Nathan non c’è più, il film mette in atto un percorso di ricerca. La ricerca, anzitutto, dell’origine del trauma, di quel rimosso che echeggia ossessivamente come il suono del game-boy, ricordo nostalgico di un’intera generazione. La ricerca di una crescita, dell’ammissione della propria vulnerabilità. Di quella fragilità che prende corpo attraverso i lividi sul volto dell’adulto Jonas e la cicatrice sul viso del giovane Nathan. La ricerca del perdono, il perdono richiesto con un profondo senso di vergogna e imbarazzo, di paura e di sottomissione. Ma, alla fine di tutto, la ricerca di che cosa? “Cerco qualcosa che non esiste” ammette infine Jonas, con lo sguardo basso. Sul finire il film ci rivela semplicemente che tutti i percorsi cominciati non portano da nessuna parte, che tutti gli orizzonti desiderati non vengono raggiunti. Non sapremo se Nathan è vivo, né se Jonas sarà felice. Non sapremo se i rapporti tra lui e la madre dell’amato ricominceranno, né sapremo quali fossero le ragioni del rapitore. Ogni linea narrativa non viene portata a termine, così come ogni richiamo di genere (quello mystery, ad esempio) non è giustificato. Una grande sequenza di emozioni forti ma non catartiche, fine a se stesse, che sembrano figurare l’acerbezza di una regia giovane. O forse la genialità di una regia nuova, che non è ossessionata dalle cause e dagli effetti. Ma che riprende nuovamente la realtà con quel realismo disarmante, e che ripropone quelle storie che non hanno obiettivo, ma che hanno un principio. Il principio è proprio il ricordo. È il luna-park dell’infanzia dove Jonas sceglie di tornare.

Silvia Campisano

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