(Re)Visioni Clandestine #42: Metti lo diavolo tuo ne lo mio inferno

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Metti lo Decamerotico ne lo cassonetto

L’enorme successo riscosso da Il Decameron (1971), che per inciso fu il più grande riscontro commerciale di Pasolini presso il pubblico, generò rapidamente in produttori scalcinati e imprenditori improvvisati la fregola verso l’imitazione. Nell’arco di circa 5 anni, tra il 1971 e il 1975, vennero realizzati un fottio di prodotti imitativi, al 99,9 % scadenti. Se inizialmente si pescava dalle novelle di Boccaccio (i diritti d’autore erano liberi) e poi da altri novellieri italiani (ad esempio Pietro Aretino o Ruzzante), si passò poi a inventare di sana pianta storielle boccaccesche, ma che in realtà erano più somiglianti a delle barzellette. Per mantenere un alone di parvenza con l’originale pasoliniano e letterario, l’importante era rispettare alcune semplice coordinate: ambientazioni e costumi del Trecento; titolo birichino giocato sul doppio senso o sulla rima baciata; parlata dei personaggi con accento dialettale (in particolar modo il fiorentino); storiella piccante; raccontino infarcito di gag goliardiche, del tipo “marito cornuto e mazziato”; scene in cui le donzelle si mostravano discinte, e se non totalmente almeno che mostrassero il seno.

Questo profluvio di prodotti sfornati uno dietro l’altro, che creo il genere denominato Decamerotico, gettò nello sconforto Pasolini, perché come scrisse in “Abiura dalla Trilogia della vita”, la sua opera, che aveva un profondo senso culturale e in un certo qual modo iconoclasta, veniva così paragonata a un dozzinale prodotto di consumo, e la sua carica trasgressiva (mostrare i corpi nudi) diveniva solo un mezzo per creare una visione pruriginosa. Escludendo la Trilogia della vita e Storie scellerate di Sergio Citti (erroneamente inserito nel Decamerotico), l’unica pellicola ritenuta meritevole di discreto giudizio fu Fiorina la vacca (1973) di Vittorio De Sisti, che raccoglieva alcune novelle del Ruzzante. Di tutt’altra importanza Quel gran pezzo dell’Ubalda tutta nuda e tutta calda (1972) di Mariano Laurenti, storiella boccaccesca inventata dagli sceneggiatori, divenuto un cult rispettabile dopo lo sdoganamento di Walter Veltroni, che confessò questo suo Guilty Pleasure. Ma in questo copioso genere merita spazio il miserrimo Metti lo diavolo tuo ne lo mio inferno (1972) di Bitto Albertini, che fotografa bene il degrado rapidamente raggiunto di detto genere. Sceneggiato dallo stesso regista assieme a Marino Onorati (co-autore di altre variegate pellicole del cinemabis italiano), è un Decamerotico totalmente inventato, che non pesca da nessun autore letterario, ma che ne ricalca pessimamente gag e momenti piccanti. Unica connessione con l’erudito Boccaccio è il titolo, che recupera la spiegazione che la giovanissima Alibech dice all’asceta Rustico che affetto da erezione per spegnerla deve metterla… proprio lì. Tra l’altro, qui va fatta una chiosa: la novella Alibech era stata girata da Pasolini per Il Decameron, per poi essere scartata in sede di montaggio. Si cercò di recuperarla, dietro parere di Pasolini e il produttore Alberto Grimaldi, per inserirla in Storie scellerate (episodio presente nella sceneggiatura originale), per poi essere scartata nuovamente.

Metti lo diavolo tuo ne lo mio inferno ostenta la sua volgarità (o comicità vernacolare?) a doppio senso già dai titoli di testa, disegnati da Mordillo e commentati da uno stornello cantato da Gianni Musy. Ambientato durante il primo Giubileo del 1300, ricreato alla bell’e meglio usufruendo dell’usuale e usurato castello di Balsorano (visto ad esempio in Terror! Il castello delle donne maledette), è la solita solfa di mariti cornuti e mazziati, giovani ragazzi in fregola, frati ribollenti sotto il saio, e donne (mogli o nubili) gaudenti. Forse si può rimane sorpresi nel vedere una – finta – scena di caviar, ma questa gag è sola la conferma della grossolanità del prodotto. Probabilmente l’unica battuta – triviale – a doppio senso funzionante è quella di una moglie che, messo il marito sotto chiave nello scantinato per sua stessa volontà, ospita in camera sua un giovane brutto ma abile nel copulare. Il marito, sentendo baccano, grida alla moglie cosa sta facendo, e lei gli risponde “Sto scopando, metto un po’ in ordine”, e il marito rassicurato ringrazia di aver una moglie così ligia alla casa. Per quanto riguarda tutto il resto, i nudi delle attrici sono belle ma casti (si vede giusto qualche apprezzabile seno) rispetto a quanto offriva Pasolini; gli attori sono scadenti, in pratica caratteristi promossi a protagonisti o antagonisti; la regia dell’artigiano Albertini è sciatta, ma almeno capace di non far vedere troppo la povertà della scenografia.

Roberto Baldassarre

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